ROMA: “Malgrado qualcuno, con scarso senso della pietà e della misura, continui a definire la morte di Welby come un assassinio o un delitto, mi pare evidente che la scelta del rifiuto di cure giudicate dal paziente afflittive ed inutili sia, già oggi, a legislazione vigente, nient’altro che l’esercizio di un diritto riconosciuto e indiscusso tanto in sede giuridica, quanto, ciò che più conta, in sede deontologica.

Se il caso Welby si è dunque drammaticamente risolto entro i confini della legalità e senza mai oltrepassarli, non v’è dubbio che il nostro confuso e contraddittorio ordinamento non sempre consente di rispettare legalmente la volontà dei malati terminali, neppure da parte di medici che ritengano in scienza e coscienza di dovervi adempiere. Quando per smettere di soffrire non basta “staccare la spina”, le cose si fanno più complicate e ancor più drammatiche. E in genere finiscono e si “risolvono” nella clandestinità: quella che Welby ha denunciato, rifiutato e combattuto.

Sono il primo a ritenere che sul tema occorra muoversi con prudenza e misura, evitando di procedere ad una classificazione giuridica dei casi di “eutanasia autorizzata”, o, peggio ancora, “imposta” sulla base delle condizioni dei pazienti. Ma per la stessa ragione sono contrario all’invasione normativa della sfera di relazione fra medici e pazienti, che costringa gli uni e gli altri a condotte che essi stessi giudichino afflittive o insensate, e che non consenta loro di concordare una gestione comune delle fasi estreme di una malattia mortale.

Per questo è del tutto inutile esorcizzare i problemi, ed assai urgente al contrario cercare soluzioni che abbiano al centro – sempre e comunque – la volontà dei pazienti.