Natascha

da Corriere.it

Protetta in un albergo da agenti e psicologi. Pesa 42 chili, meno di quando fu sequestrata, e mangia solo gelato. Ha il corpo pieno di macchie e lividi Natascha, si cerca il complice del rapitore Vienna, al setaccio la villetta-prigione dove è stata segregata per 8 anni. La ragazza è stata violentata VIENNA — Adesso cercano anche i peli, i capelli, le macchioline. La villetta-prigione di Natascha Kampush può spiegare molte cose di questi otto anni orrendi. Perché gli orchi forse erano due. L’aveva detto allora la bambina che vide la compagna di classe salire sul Mercedes Kastenwagen bianco: «Un uomo l’ha presa, un altro guidava». L’avrebbe confermato Natascha: quel 2 marzo 1998, probabilmente non era Wolfgang Priklopil al volante, «lui mi diceva "stai calma, sdraiati o ti accadrà qualcosa"», ma qualcuno l’avrebbe aiutato. Già: difficile tenere ingabbiata una bambina da soli, per otto anni e nel cuore d’un quartiere. Incredibile che i pochi amici, i soci d’affari del tecnico non immaginassero. Di sicuro ci sono «dubbi sui metodi usati dalla polizia», come titola Der Standard, ma ce n’è anche sull’omertà di chi viveva con l’orrore dietro casa: «Stiamo cercando ogni traccia—dice il ministro dell’Interno, Liese Prokop —. Nessuno poteva immaginare una simile situazione». L’esame del dna—probabilità d’errore: una su 23 miliardi — ha tolto dubbi che nessuno più aveva: la diciottenne ricomparsa mercoledì a Strasshof è scappata dal «più atroce crimine mai visto in Austria negli ultimi decenni» (Eric Zwettler, portavoce della polizia). La resuscitata pesa 42 chili, meno di quando fu rapita. Mangia solo gelato, ha macchie bianche su tutto il corpo e qualche livido blu. È alta uno e sessanta, «una bella e giovane ragazza», la descrive il poliziotto Gerhard Lang. «Somiglia all’identikit che aveva immaginato il computer», spiega il papà, Ludwig Koch, diviso fra l’alcol e una certa disinvoltura nel concedere interviste. Natascha sta isolata in un albergo del Burgenland, lontano da Vienna, circondata da psicologi, traumatologi e poliziotti, stranamente senza i genitori («possono vederla quando vogliono », è la precisazione: la madre però è partita per l’Ungheria). Dopo gli sfoghi della prima ora e gli abbracci all’agente Sabine, l’unica di cui si fida, la ragazza s’è chiusa nel silenzio: «Fino a lunedì, non le faremo nessuna domanda—dice il portavoce Zwettler —. Per lei, ogni ricordo è un’agonia». Nessuno lo nega più: ci sono stati anche abusi sessuali. «Non me la sento di dire che questo sospetto sia infondato », è la risposta di Zwettler. «Dice di aver fatto sesso con Priklopil, ma di sua volontà», aggiunge la poliziotta Sabine. «Quello era un pedofilo — rivela alla Cnn una parente —. Natascha ha subito ripetute violenze sessuali negli anni, per molti mesi di seguito. È stata imbavagliata nella sua cella in modo da non poter urlare e insospettire i vicini». La ragazza non riesce ancora a odiare: «La sindrome di Stoccolma è normale in un caso così—analizza uno psichiatra di Innsbruck, Reinhard Haller —: diventa un problema se non passa fra qualche settimana». Parla come un’adulta. Ma ogni tanto fa domande da bambina: «Mi ha chiesto se ho ancora una macchinina con cui giocava — racconta il papà —. Le ho risposto che ho ancora tutto. Anche le sue bambole».


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