“Cambio di indirizzo” di Emanuel Mouret

Di Gianfranco Cercone de Lucia

L’avaro, il fanfarone, l’ipocrita, la svampita: la commedia, nel teatro come al cinema, si serve da sempre di personaggi nei quali un tratto del carattere, spinto a estremi paradossali, totalizza la loro personalità. Questo tradimento del realismo – di quel complesso e sfumato insieme che è il personaggio “a tutto tondo”, quello che ci sembra vero – ha un vantaggio: divertendoci, la descrizione del vizio dominante (ingigantito sotto una lente caricaturale) risulta, nei casi migliori, particolarmente incisiva e sottile. Nel caso della pregevole commedia cinematografica di un giovane attore e regista francese – Emanuel Mouret – intitolata: “Cambio di indirizzo” – il tratto principale, quasi esclusivo, della psicologia del protagonista – un suonatore di corno, da poco sbarcato a Parigi – è una mitezza inalterabile, un quieto fatalismo, il rifiuto spontaneo di ogni insorgenza aggressiva. All’inizio del film, è alla ricerca di una stanza dove alloggiare. Incontra una ragazza che lo informa di un suo amico che vorrebbe subaffitare una camera a un coinquilino. Visitano insieme l’appartamento, ma la camera ha un inconveniente: non ha quattro pareti. Vale a dire: non è una camera, in effetti è soltanto un divano-letto. Ma il musicista non fa obiezioni e ci si trasferisce. E’ vero che la ragazza gli piace, e che l’affittuario, si scopre in seguito, è proprio lei. Dunque: ha un suo tornaconto. Ma è più difficile trovargli un tornaconto quando, in gita al mare con una ragazza più giovane, una sua allieva di musica di cui si è innamorato, accetta di lasciarla sola in un appartamento per tutta la notte (che lui trascorre all’addiaccio), per consentirle di far l’amore con uno sconosciuto di cui sembra essersi improvvisamente invaghita. Si sa che il vero amore vuole il bene della persona amata quando pure non coincida con il nostro. Ma si ammetterà che lo spirito di adattamento e la dedizione di cui dà prova il giovane è fuori dal comune; e potrebbe far sospettare una tendenza morbosa del carattere, una compiacenza masochistica, se non si accompagnasse a una naturale disposizione – priva di gravi tormenti, come di segrete voluttà – ad assecondare il corso delle cose. Per non compromettere il piacere di chi vedrà il film, non rivelerò a quali conseguenze sarà esposto il protagonista per via del suo carattere. Dirò soltanto che incorrerà in una terribile delusione, ma anche poi in un risarcimento del destino, coronando forse i suoi più autentici desideri. L’ambiguità e la sottigliezza del film è nel dubbio, lasciato irrisolto, se il personaggio sia un nevrotico, un imbelle patologico; o piuttosto un saggio, una specie di inconsapevole mistico zen. In ogni caso l’implicita riflessione filosofico-morale, applicata ai casi minimi di una vicenda sentimentale, fa di Mouret un seguace non indegno del grande cinema di Eric Rohmer.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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