L’83% degli elettori vuole davvero voltare pagina

Di Tommaso Ciuffoletti

Leggere gli italiani I giornalisti se la prendono con i sondaggisti. Hanno sbagliato tutto dicono, ma sono pochi quelli che ammettono che gli errori dei sondaggi fanno il paio con le loro narrazioni del sentire, del vivere e del pensare di un paese diverso da quello reale. Avrebbero mille modi di giustificarsi, a partire da quanto affermò un certo signor Kissinger, il quale diceva di conoscere più o meno la politica mondiale, ma di non capire un accidente di quella italiana. Ma evidentemente i giornalisti italiani son più bravi a trovare scuse e capri espiatori per le proprie disattenzioni di quanto non sia Kissinger. Quello che la gente non dice In questo caso quale miglior oggetto su cui scaricare il barile che non i sondaggi effettuati sulla base delle dichiarazioni di voto degli italiani? In effetti i dati basati su tali interviste hanno mostrato molti limiti in un paese in cui gli elettori di destra ricevono quotidianamente molte meno simpatie di quelle mostrate dal Presidente del Consiglio con la frase sui coglioni che votano contro i loro interessi. Del resto non dimenticherei l’Occhetto che ebbe modo di dire che "voi siete la manifestazione di un’umanità a uno stadio morale inferiore". Un paese spaccato Vien dunque da sorridere quando si legge o si sente parlare di "paese spaccato" (prima si spacca il paese e poi si dice che è spaccato), specie quando tale considerazione viene da chi si dice sostenitore di questo bipolarismo. Se si vuole dare per buono il funzionamento del bipolarismo italiano – e dico subito che non è il punto di vista di scrive – si deve almeno avere la cortesia di accettare che esso tenda polarizzare su due lati il paese! Il bipolarismo all’italiana Si renda dunque merito a quei pochi analisti che prima del voto avevano colto, meglio di altri, il sentire politico di molti italiani. Cito pertanto alcuni passi dell’articolo di Enrico Cisnetto pubblicato su Il Foglio di venerdì 7 aprile: "entrambe le coalizioni hanno la possibilità di vincere, ma nessuna delle due avrà la capacità di governare. Si tratta di un problema di classe dirigente, ma anche di sistema politico. Il nostro è un falso bipolarismo, in cui vince chi promette di più e aggrega una quantità maggiore di forze, salvo poi non essere in grado di soddisfare le aspettative suscitate e ritrovarsi ricattato dalle minoranze più estreme". Oltre questo bipolarismo? Continuo citando lo stesso articolo di Cisnetto: "se vogliamo una nuova stagione politica che combatta il declino, bisogna scomporre e ricomporre partiti e coalizioni, e occorre riscrivere le regole comuni attraverso un’Assemblea costituente". Anche le ultime notizie sul voto degli italiani all’estero – che assegnano la maggioranza anche al Senato per l’Unione – non forniscono sicurezze sulla governabilità che la coalizione di centro-sinistra potrà garantire. In questo quadro la proposta di un’Assemblea costituente e l’auspicio di un ricomposizione dell’assetto politico italiano sono quantomai condivisibili. Il governo di centro-sinistra Condivisibili almeno dal modesto punto di vista di un cittadino cui capita di seguire la politica italiana. Diverso è il discorso per i dirigenti dei partiti dell’Unione. Pare affermarsi infatti l’idea di un governo di centro-sinistra che, a detta dei succitati dirigenti, "governerà 5 anni". Quel "governerà" convince ancora meno di quei "5 anni". E convince ancora meno perchè arriva da chi non ha saputo guardare e parlare al paese e continua dritto per una strada dal percorso tragicamente segnato. Ho visto trionfalismo eccessivo invece di composta autocritica, siparietti festeggianti invece di lucido controllo in una situazione che ne richiedeva (tralasciamo poi chi si preoccupava per la sommossa berlusconiana post-elezioni ed invece si è trovato ad avanzare dubbi sugli scrutini degli italiani all’estero che poi han dato il Senato all’Unione). Il Partito Democratico Per uscire da questa fase di stallo si ripropone l’idea del Partito Democratico. La disfatta dei DS era condizione imprescindibile perchè ciò tornasse attuale. Oggi la condizione è in essere, ma la classe politica che dovrebbe guidare questo processo non intende mostrare coscienza di come quella condizione sia direttamente legata ad altre. La più importante riguarda un rinnovamento culturale che parta dall’affermazione di una più decisa coscienza liberale. Urge una scommessa su cui investire un patrimonio che si credeva di maggior consistenza, ma che tale non è proprio perchè è mancato il coraggio politico di prospettare con decisione quella scommessa (la scelta di Prodi – che adesso ci dovremo tenere – è il simbolo di quel timore). Rimuovere il berlusconismo è possibile Quel coraggio è mancato sino adesso perchè si è confidato con troppa leggerezza nella fine del Berlusconismo per esaurirsi elettorale. Invece Berlusconi ha dimostrato di avere una forza che non è solo quella d’inerzia, ma è quella di un politico eretico che per buona parte mostra i limiti dell’ortodossia. Inoltre non si vuol dire che Berlusconi non nasce dagli intrighi mafiosi che Travaglio racconta, ma dalla storia dimenticata degli anni ’90 di questo paese e non si vuole riconoscere che il Berlusconismo non è solo figlio di Berlusconi, ma della reazione che i suoi avversari, politici e giudiziari, hanno attivato in sua timorosa opposizione. Se si vuole superare il Berlusconismo si può tranquillamente rinunciare all’idea di eliminare Berlusconi. Ma anche qui urge una delicata operazione-verità a sinistra, almeno tra quella socialista e liberale. La Rosa nel Pugno è nella confusione Credo sia doveroso da parte mia soffermarmi sul caso della Rosa nel Pugno. I sondaggi la davano fra il 2,7 e il 2,9%, i risultati sono un pò al di sotto, ma l’alta affluenza alle urne riduce il valore relativo di quel milione di voti che ha preso il nuovo soggetto politico. Tuttavia proprio quel milione è stato decisivo per far ottenere a tutti i partiti dell’Unione quel premio di maggioranza che garantisce una buona supremazia alla Camera. Tuttavia la gestione della fase post voto è stata tragica: Capezzone che alle 15:30 di lunedì non riusciva a trattenere un sorrisino fuoriluogo perchè dovuto alle intuizioni degli exit-poll, mentre solo poche ore dopo Intini a Porta a Porta era più grigio del solito dopo aver saputo che non gli toccava il seggio al Senato; Pannella invece era a Matrix e sragionava senza mai cogliere i punti cruciali del dibattito. Tutti i limiti di una campagna elettorale poco azzeccata son venuti fuori in maniera drammatica, senza che nessuno mantenesse la lucidità necessaria a far ben sperare per una buona prosecuzione del progetto, che invece meriterebbe miglior cura. L’Italia ha bisogno di un nuovo assetto politico "L’Italia (…) è, nel suo insieme, un paese ormai spoliticizzato, (…). L’Italia cioè non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione (…)" – P.P. Pasolini, Abiura alla Trilogia della Vita, 1975. Ieri un amico mi ha citato questa frase a commento dei risultati elettorali. Dal mio punto di vista si tratta di un’attualizzazione fuori luogo delle parole di Pasolini e della citazione meno azzeccata che si potesse scegliere. Il paese non pare volersi adattare alla degradazione di un sistema politica in cui fatica a riconoscersi, non è spoliticizzato, ma guarda alla politica con sempre meno fiducia e sempre maggior ansia. Si reca alle urne in maniera massiccia e sceglie ciò che ha a disposizione mettendo in risalto la scarsità dell’offerta. Il vero problema è ch
e i gestori dell’offerta continuano a non volersene accorgere. Urge un ricambio della classe dirigente.


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