Non si parli di matrimonio né di coppie di fatto etero, la questione si pone solo per gli omosessuali

– da Il Foglio pag. 2
Giornali e tv traboccano di spiegazioni circa la necessità di un nuovo quadro giuridico per le “coppie di fatto”. Milioni di persone, si dice, vivono l’unione affettiva al di fuori del vincolo coniugale col medesimo trasporto, affetto, progettualità e senso di reciproco sostegno dei maritati. Ergo, se non riconosciamo loro le stesse prerogative – magari qualcosina meno, per non dare troppo nell’occhio – operiamo un’ingiusta discriminazione.

Una premessa e una considerazione.
La premessa. Un libertario “conseguente” spiegherebbe che diritti e doveri, anche in ambito familiare, dovrebbero dipendere dalla libera contrattazione tra individui e lo Stato non dovrebbe interferire riconoscendo “la famiglia” in quanto tale come soggetto giuridico. Per capirci: la reversibilità della pensione dovrebbe scaturire da un sistema previdenziale a capitalizzazione che la preveda per privato contratto, a favore del coniuge o di altri. Idem per la reversibilità del contratto di affitto, l’assistenza e le disposizioni in caso di grave malattia, la visita in carcere. Così anche per l’eredità, escludendo la “quota legittima”. E’ una logica coerente, che si farebbe bene a prendere sempre in seria considerazione. Ma è un fatto che la famiglia come la conosciamo e nella quale si riconoscono miliardi di donne e uomini non è un artificiale prodotto della normativa – nel nostro caso, del Codice Civile – bensì il portato di una lenta e consapevole evoluzione della tradizione e del costume. Non si tratta di un detestabile costruttivismo statalista, ostile alla libertà degli individui. Morale: ad oggi, per di più nell’Italia ipercorporativa e statalista, smontare le prerogative pubblicistiche della famiglia non mi pare una strategia praticabile né opportuna. Da qui si parte.
E ora una considerazione, anzi due.
Salvo eccezioni marginali – le persone in attesa di divorzio, ad esempio – le coppie di fatto eterosessuali scelgono liberamente di vivere la propria condizione familiare al di fuori di un riconoscimento formale. Preferiscono gestire in piena libertà i propri rapporti, rifuggendo tanto l’onerosità, sociale e non solo, del vincolo matrimoniale, quanto i benefici che ne derivano. Proprio per rispetto di questa scelta lo Stato dovrebbe restarne fuori dicendo: se cambi idea in una settimana regoli la pratica in comune e, voilà, reversibilità, affitto, ospedale, eredità non saranno più un problema. Altrimenti, sono fatti tuoi. E invece no: lo stato paternalista vuole una forma di famiglia ad hoc. Un po’ meno famiglia, come ha spiegato il Ministro Pollastrini: gli alimenti al coniuge in caso di separazione, ma solo “per alcuni anni”. Magari la reversibilità della pensione, ma solo dopo cinque anni.
Ma, anche dopo i Pacs, resteranno centinaia di migliaia di coppie di fatto “libere”. E dunque, coerentemente, ci si dovrà occupare anche di loro: che ne so, alimenti per un solo anno e reversibilità dopo dieci anni. Di questo passo, sempre in nome della reversibilità senza discriminazioni, arriveremmo all’obbligo di accedere ad una qualche regolamentazione pubblica dopo una settimana di convivenza “more uxorio”, con tanto di visite ispettive dei vigili urbani e punizione per chi si ostinasse a non ufficializzare la propria unione. Non la voglio buttare in burla, giacché la questione è seria, ma non riesco a fare dei pacs per le coppie eterosessuali una priorità. Tanto più che le tutele per i figli sono ormai acquisite e che la giurisprudenza ha già posto rimedio ad alcune questioni delicate (sulla pensione di reversibilità in generale, sull’uso e l’abuso, andrebbe aperta la discussione).
Assai diversamente la questione si pone per le coppie omosessuali. Parlo ovviamente di quelle coppie che scelgono di vivere secondo un patto duraturo di reciproca solidarietà ed assistenza. Queste situazioni, almeno nell’occidente libero ancorato alle radici giudaico-cristiane, sono un fatto sempre più socialmente accettato. Sono entrate nella nostra “tradizione”. Queste centinaia di migliaia di italiani non hanno oggi alcuno strumento per vedere riconosciuta pubblicamente la propria unione, contrarre reciprocamente obbligazioni vincolanti e in cambio vedersi riconosciute alcune prerogative: eredità, pensione, assistenza e responsabilità di scelta della cura in caso di incoscienza del partner, visita in carcere, onoreficienze alla memoria, subentro nell’affitto. Qui siamo effettivamente alla discriminazione ed è doveroso colmare la lacuna, con un intelligente mix di “registrazione” pubblica e interventi sul Codice Civile. Non parlo di matrimonio, giacché occorre trattare e chiamare in modo diverso realtà differenti, ma il riconoscimento giuridico per quelle coppie omosessuali che lo richiedano è doveroso. E io, pronto a discutere sul “come”, lo appoggio senza se e senza ma.

Benedetto Della Vedova


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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