Il viaggio del Papa

Di Luigi Pavone

Si è da poco consumato il tanto temuto viaggio di Papa Benedetto XVI in Turchia. La paura che la sua presenza in un paese islamico potesse provocare manifestazioni di ostilità e innescare la solita catena di violenze, specie il recente discorso di Ratisbona, è rientrata. A conti fatti, c’era da aspettarselo. Le autorità pubbliche turche non avrebbero permesso che il Papa ritornasse in Europa con qualche graffietto, perché ciò avrebbe significato un duro colpo per le aspirazioni europeiste dei governi turchi. Le immagini dell’incontro con le istituzioni ecclesiastiche di Istanbul, con il patriarca Bartolomeo I, comunicano tuttavia una grande mestizia: i luoghi blindati, i paramenti sacri, i rituali, nessuna presenza femminile, tutto sembra suggerire l’idea di una setta misogina di sopravvissuti. A rafforzare questa idea il triste ritornello contro il nichilismo occidentale e il noioso auspicio all’unità dei cristiani e al dialogo interreligioso con l’Islam. Dal 1054, dalla dichiarazione di indipendenza della Chiesa d’Oriente, pronunciata dal patriarca di Costantinopoli Michele Cerulaio, sono passati molti secoli, eppure… eppure se quello scisma esiste ancora oggi, ancora oggi devono in qualche modo valere le ragioni che nell’XI secolo portarono alla doppia scomunica; ragioni politiche relative al problema della leadership all’interno della cristianità, le quali sono nel frattempo diventate organismo che tendono all’autoconservazione. Quanto all’auspicato dialogo interreligioso, questo non può che essere un continuo fraintendimento. A differenza dell’atteggiamento filosofico e scientifico, l’atteggiamento religioso si fonda su principi di formazione delle credenze xenofobi, la cui xenofobia è ulteriormente alimentata dal monoteismo e dalle pretese filosofiche della teologia. Ancora oggi il magistero ecclesiastico cattolico fa costantemente riferimento al tomismo e segnatamente alla teoria tomistica del rapporto tra fede e ragione; e all’interno stesso di questo riferimento, la categoria del dialogo interreligioso si costituisce con certe connotazioni da renderla formalmente e intrinsecamente equivoca. La parola "dialogo" ha un valore evidentemente positivo. Nondimeno occorre riflettere sul valore dei contenuti del dialogo. Se voi mettete una squadra dei migliori teologi a decidere su questioni idiosincratiche, come ad es. se in Cristo prevalga la natura umana o quella divina, prima o poi li vedrete tirarsi reciprocamente la barba.


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