L’occhio di sinistra non distingue più la piazza di destra

La più incredula è lei, Concita De Gregorio. Costretta a prendere nota su Repubblica del fatto che i manifestanti di sabato a piazza San Giovanni, a parte quell’incomprensibile, stravagante ossessione per le tasse, “sono, per il resto, una folla indistinguibile da qualunque altra folla che in altre occasioni e altrettanto numerosa ha occupato questa piazza: se non ci fossero le bandiere sarebbe impossibile indovinare se questi cinquantenni invecchiati dal lavoro e queste madri sedute a terra stanche siano gente di destra o di sinistra”. La “vera novità e la sorpresa”, per la cronista, è che sono finiti i tempi in cui “la differenza era anche scritta addosso, negli abiti e sui volti”, mentre “ora non più”. Bei tempi quei tempi, più eroici e meno insidiosi. Quando “c’erano le piazze e le convention, le polo e le camicie, le scarpe di para e i mocassini”. Quando la “diversità antropologica” tra la gente di destra e quella di sinistra, teorizzata da Michele Serra, poteva essere colta al volo: un’occhiata alle calzature, un’altra ai volti, e subito si capiva se si era tra progressisti o tra destrorsi e/o qualunquisti. Forse delusa per aver visto poche signore in pompa magna ma molte “donne sui sessanta che si tolgono le scarpe mostrando calze smagliate”, la De Gregorio è comunque la persona giusta per spiegare a un collega dell’Unità, Vincenzo Vasile, che non è il caso di insistere sull’abbigliamento. “Vengono dal nord, si capisce dal loden e dalla parlata”, scrive Vasile di un gruppo di manifestanti da lui malevolmente tampinati: nessuno che gli abbia spiegato come il loden sia stato per decenni la divisa della sinistra e dell’ultrasinistra. E anche ad Andrea Milluzzi, di Liberazione, gioverebbe qualche ripetizione della De Gregorio. Lui, spiega, per farsi il suo viaggio “da infiltrato” su uno dei pullman organizzati da Forza Italia si era impegnato “nella cura meticolosa dei dettagli”: “Il gel nei capelli l’ho messo, la camicia bianca e il golf a V pure”, dice, per poi scoprire che sul pullman ci sono persone “cortesi”, probabilmente prive di gel nei capelli e forse (lui non lo dice, ma il sospetto è grande) con maglioni a collo alto. Un’altra sua collega di testata, Maria R. Calderoni, se la prende con l’offensiva normalità di quelle che lei chiama “truppe berlusconian-finiane”: “Cavolo, non gli manca niente, bandiere, gagliardetti, striscioni, banchetti, gadget, strilloni, auto che parlano e suonano, slogan cantati e ballati, ragazzi sandwich, acqua minerale, panini, birra, gente, famigliole, bambini, cani, magliette”. Famigliole, bambini, cani: ma come si permettono, questi, di essere così indistinguibili dal popolo di sinistra? Il che, a ben vedere, non è poi così vero. Vero è che quella arrivata a Roma sabato era gente comune. Persone che davano l’idea di essere abituate a delegare alla politica, senza grandi ansie partecipative, pure un po’ affaticate e poco inclini alla mistica del corteo e all’ebbrezza da slogan. Ma stavolta stavano in piazza, e quasi sempre era la prima volta, perché, come diceva un signore al suo vicino sottobraccio, “se continua così l’Italia va a rotoli”. Un’idea di bene comune, pesato sulla propria vita e su quella della propria comunità, si sentiva. Dovrebbe tenerne conto la girotondina fuori tempo massimo Marina Astrologo, che con la solita spocchia ha dato la sua versione della diversità antropologica della piazza di sinistra: “Non era la difesa del portafoglio a muoverci, bensì i diritti e la libertà di tutti”. Liquidando così più di un secolo di lotte per il salario.


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