“Shortbus” di John Cameron Mitchell

Di Gianfranco Cercone De Lucia

Capita, guardando un film, di notare che la sua spontanea direzione di sviluppo è tradita dall’autore, ora per esigenze commerciali, ora per comunicare messaggi ritenuti importanti. La logica intima dei fatti e dei personaggi a un certo punto non coincide più con quella del film: ne nascono sovrapposizioni e stridori che compromettono la riuscita dell’opera. Nel caso di “Shortbus” (un film americano di produzione indipendente, presentato e accolto dal pubblico come un caso cinematografico), l’autore ha riunito un gruppo di attori non professionisti, ha scritto insieme a loro la sceneggiatura, con l’intento di raccontare, con maggiore verità possibile, la vita amorosa e sessuale. Ciò a cui particolarmente teneva era che i rapporti sessuali avvenissero realmente davanti alla macchina da presa. Ecco allora arruolati nel progetto una coppia di omosessuali, un travestito che gestisce un locale dove si pratica sesso di gruppo (lo Shortbus, che dà il titolo al film), una ragazza che si prostituisce nel ruolo di “dominatrice”, un giovane voyeur, una ragazza che soffre di frigidità, e altri ancora. Non scommetterei, naturalmente, che gli attori coincidano davvero con i personaggi. Tuttavia sono sempre credibili; i loro volti sono interessanti, privi di convenzionalità e di levigatezza televisive; certi frammenti della loro vita hanno il carattere grezzo e disordinato del documento autentico. E se tale carattere può essere il facile prodotto di un uso del linguaggio del cinema ormai di maniera (i movimenti imperfetti delle macchine a mano, le immagini sgranate delle telecamere digitali), meno ovvio è il senso, che pure il film riesce a rendere, di una certa tristezza dell’anonimato, che si può provare in una grande metropoli come New York, dove facilmente ci si sente persi nella massa. Quando, però, dai frammenti di vita qualsiasi, il film si mette a costruire delle storie, si vede che la descrizione dell’ordinarietà del quotidiano, le strutture esili e prive di clamore che sono proprie in genere dei fatti reali, non gli bastano più. Ricorre a elementi farseschi (una terapista di coppia che all’improvviso confessa ai suoi pazienti di non riuscire a raggiungere l’orgasmo); melodrammatici (uno dei ragazzi che compone la coppia gay tenta il suicidio); scandalistici (dai rapporti a tre, alle orge, a un tentativo di autofellatio, il sesso che viene mostrato è sempre eccentrico o estremo). Non ho nulla, di per sé, contro la farsa o il melodramma; e respingo il moralismo contro ciò che dovrebbe far scandalo. Ma perché impiantare un film, sull’osservazione e sullo studio della vita sessuale autentica, se non si ha fiducia nella sua capacità di sostenere nella sua verità, senza spettacolarizzazioni, l’interesse dello spettatore?


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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