Valorizziamo il ‘brand’ CDL

Intervista di Marco Gubetti a Benedetto Della Vedova
Dall’ Avanti! del 28-11-06 pag 1
“Quello della Cdl è un marchio forte, non liquidiamolo”
Se gli chiedi se puoi definirlo un “liberale di destra” non si scompone: “Non ho paura delle parole”. Benedetto Della Vedova, 44 anni, da Sondrio, è il presidente (e anche l’unico parlamentare eletto) dei Riformatori Liberali, la formazione politica formata da quei radicali che – non accettando la soluzione pannelliana di andare a fare “i giapponesi di Prodi” nel centrosinistra – hanno deciso di entrare nella Casa delle libertà. È storia di non più di un anno fa, eppure Della Vedova – Ben per gli amici – nel centrodestra è come se ci fosse sempre stato: “Mi ci sento a mio agio”, assicura.

Onorevole, che bilancio fa di questi primi dodici mesi di alleanza organica fra i suoi radicali e la Cdl?
“Non nascondo che quello elettorale per noi Riformatori Liberali è stato un passaggio sofferto: il nostro obiettivo era quello di avere una rappresentanza parlamentare che andasse oltre l’unità, A parte questo (che peraltro non è certo un punto marginale), resto convinto che per dei radicali liberali la scelta giusta da compiere allora fosse quella che abbiamo fatto noi e cioè scommettere su un centrodestra guidato da Berlusconi. Basta guardare questa Finanziaria sciagurata per rendersi conto che l’unico leader possibile per un’Italia liberale resta Silvio Berlusconi e non certo Romano Prodi”.
D’accordo. Non rinnegate l’opzione berlusconiana, ma dica la verità: non le pare che l’attuale centrodestra abbia il fiato un po’ corto?
“Il dato di fatto è che quello della Cdl (o del centrodestra visto che qualcuno sostiene che la Cdl non esiste più) resta il ‘brand’, il marchio forte. Voglio dire che almeno l’80% dell’elettorato dell’attuale opposizione si sente innanzitutto di centrodestra e solo in seconda battuta decida su quale ‘sottomarchio’ mettere la croce. Detto questo, penso che la Casa delle libertà abbia un fisiologico bisogno di innovarsi e che in Europa, dove il centrodestra sta vivendo un periodo di straordinario fermento, possa trovare più di un’ispirazione: penso in particolare alla ventata di aria fresca che Cameron sta portando nel Partito conservatore inglese, ma anche a Sarkozy e al Pp spagnolo. Importante è non dimenticare che si parte da una solida e preziosa base, che è quella del centrodestra preso nel suo insieme, che va valorizzata e non liquidata”.
Detto in altre parole, Lei fa il tifo per il partito unico…
“Dal momento che noi Riformatori Liberali siamo maggioritari per vocazione e ‘unionisti’ per convinzione, sono sicuro che – in prospettiva – quella del partito unico (o unitario) sia la strada giusta da imboccare. Non a caso i nostri Marco Taradash e Peppino Calderisi fanno parte del comitato promotore del referendum per cambiare la legge elettorale: con una piccola modifica [dare il premio di maggioranza non più alla coalizione, ma al partito che prende più voti, nda] si potrà passare dalla coalizione di partiti al partito di coalizione. Proprio in virtù di questi nostri convincimenti e di questo nostro impegno mi sento di affermare che sarebbe grave se la varie forze politiche che compongono la Cdl decidessero di dedicare questa fase post-sconfitta elettorale alla esaltazione della propria particolare identità, svalutando così il brand’ Cdl”.
I Riformatori Liberali cosa faranno per aiutare il centrodestra in questo processo di innovazione nella continuità?
“In questo senso siamo già operativi. Abbiamo infatti in corso un’iniziativa (che peraltro contiamo di rafforzare ulteriormente nelle prossime settimane) intitolata ‘Diamo un’anima libertaria al centrodestra’; iniziativa che ha già avuto importanti riscontri sia da parte di intellettuali e giornalisti del centrodestra, sia da parte di parlamentari del centrodestra, ma soprattutto da parte di numerosi elettori ‘polisti’, che hanno aderito con entusiasmo al nostro manifesto”.
DI cosa si tratta?
“Unioni civili, eutanasia, droga, ricerca scientifica. Ebbene noi riteniamo che l’offerta che il centrodestra propone ai suoi elettori su tutti questi punti non possa prescindere da una sincera dialettica all’interno della coalizione. Dialettica che al momento manca, perché su questi argomenti la Cdl lascia che sia la Chiesa cattolica a dare le risposte per lei; o almeno questa è l’impressione che hanno cittadini. Questo è, secondo noi, il terreno di innovazione politica sul quale il centrodestra è chiamato misurarsi: il terreno libertario”.
Battaglia culturale difficile, non crede?
“Può darsi. Ma noi pensiamo che sia assurdo lasciare alla sinistra il monopolio delle domande e delle risposte sui temi cosiddetti ‘eticamente sensibili’. Anche sulla scorta di quanto accade nel centrodestra di mezza Europa (oltre che in quello americano, dove brilla la stella di McCaine), è chiaro che esiste un modo liberale e libertario – e quindi di centrodestra – di porre e dare le risposte su certe questioni”.
Guardi che la maggioranzadella Casa delle libertà su queste materie ha posizioni molto diverse dalle vostre…
“Proprio questo è il punto. A mio parere è senz’altro vero che la maggioranza degli eletti del centrodestra ha posizioni diverse dalle nostre, ma la stessa cosa non si può dire per la maggioranza degli elettori di centrodestra. Insomma, il core-business in base al quale l’elettorato si schiera sono tasse e politica estera (come peraltro anche le recenti elezioni americane di medio termine ci hanno insegnato): non è giusto che chi decide di stare dalla parte del centrodestra anti-statalista, sia poi costretto a subire una specie di camicia forza sui temi eticamente sensibili. Mi creda. Noi non vogliamo portare politiche di sinistra all’interno del centrodestra, ma siamo assolutamente convinti che proprio nella cultura, nella tradizione e nella politica liberale e liberista ci sia uno spazio per le istanze libertarie”.
Non pensa che, nella difficoltà di dialogo tra cattolici e non, qualche responsabilità c’è l’abbiano proprio quei laici che più di una volta si sono dimostrati quasi sprezzanti nei confronti di chi porta avanti delle idee diverse dalle loro?
“Tra gli elementi che maggiormente mi hanno portato a entrare in polemica con miei amici radicali ci sono stati proprio gli accenti anti-clericali che il partito poneva e continua a porre. Da un punto di vista strettamente personale, quindi, ritengo di non dover fare alcun tipo di autocritica. Detto questo, una cosa che mi fa profondamente incazzare è l’insensata equazione ‘Vatican-Taliban’ che troppo spesso si sente fare, quando poi basta accendere la televisione per trovare – tanto sui canali pubblici che su quelli privati – il Papa e il suo segretario ridicolizzati ederisi”.
Non mi prenderà anche le difese di Ruini, adesso?
“È chiaro che su tante questioni le mie idee sono molto diverse da quelle del presidente della Cei, ma io – a differenza, ancora una volta, dei miei amici radicali – non mi scandalizzo se Ruini interviene facendo conoscere quello che è il parere della Chiesa cattolica su un quesito referendario o su un progetto di legge. Anzi. Da sempre sostengo che il protagonismo ‘politico’ di monsignor Ruini sia in realtà un grande segno di laicità che viene dalla società italiana. La Chiesa, infatti, ha scelto di scendere nell’agorà mediatica, presentando le proprie posizioni alla luce del sole e quindi sottoponendosi alla critica dell’opinione pubblica. Niente veline e niente privilegi: la Chiesa, come tutte le altre agenzie del consenso che agiscono sulla scena pubblica (sindacati, associazioni e quant’altro), fa le sue pressioni sulla politica e quindi anche sui parlamentari. Dove è lo scandalo?”
Altra provocazione per il liberale di destra. Qualche giorno fa Anna Bernardini De Pace, probabilmente il più grande avvocato divorzista che c’è attualmente in Italia e non certo sospettabile di cedimenti “vaticanisti”, ha dichiarato che le unioni di fatto tra persone di sesso diverso sono “sleali nel confronti dello Stato”, in quanto permettono di esercitare i diritti del matrimonio senza vincolare ad alcun dovere. Si ritrova in questo affondo?
“Quello che dice la Bernardini de Pace è esattamente quello che io sostengo da tempo. Una coppia eterosessuale ha la possibilità di sposarsi, e quindi di inserire il rapporto in una cornice di diritti-do
veri ben preciso, oppure di non farlo e di lasciare il rapporto nella più completa libertà. Francamente come legislatore, ma anche come metà di una coppia di fatto, non mi sembra che gli eterosessuali abbiano bisogno di ulteriori tutele, che – come vorrebbe qualcuno – dovrebbero venire da una sorta di via di mezzo di cui mi sfugge il senso. Diverso è il discorso per le coppie omosessuali”.
Ah, ecco il radicale che viene fuori: siete favorevoli al matrimoni gay…
“No, ha capito male. Il matrimonio è storicamente quello che conosciamo e a me piace chiamare le cose con il loro nome. Altra cosa sono le unioni di fatto tra omosessuali che sono e devono restare altro dal matrimonio. Ma proprio per questo due gay che scelgono di vivere insieme in un patto di reciproca mutualità, assistenza fedeltà devono, a mio parere, godere di un riconoscimento pubblico, che però non è – ripeto – il matrimonio”.
Velo sì, velo no. Come si schierano i Riformatori Liberali su questo argomento?
“Per una volta ha ragione Prodi. Il velo integrale senza dubbio non può essere accettato in una società civile e aperta, dove tutti devono essere riconoscibili. Nessun problema per quegli abbigliamenti che, al contrario, lasciano il viso scoperto e che non sono altro che l’espressione della propria fede. Per intenderci, riteniamo che applicare una legge di impostazione giacobina come quella francese (che vieta l’esposizione di simboli religiosi negli spazi pubblici) sia un grave errore, perché va contro quello che è un dato acquisito ormai in tutte le società moderne: il riconoscimento della dimensione pubblica della religione, appunto. Insomma, uno Stato non è più laico se azzera la presenza nella società della religione e dei suoi segni’.
Passiamo alla Finanziaria.
Non crede che la manovra avrebbe potuto essere molto più leggera, diciamo da 15 miliardi?
“Penso proprio di sì. Innanzitutto perché gli abbassamenti dell’Irpef sono del tutto marginali e comunque ampiamente compensati da tutti i vari balzelli (bollo auto, Ici, eccetera) che il governo si è inventato. Non parliamo poi del cuneo fiscale: è una misura sulla quale si poteva tranquillamente soprassedere e che, anzi, ritengo avrà effetti perversi perché discrimina al contrario le aziende più innovative, quelle, per intenderci, di servizi, nelle quali si investe più sul know-how e il peso del costo del lavoro è inferiore. Sono dell’avviso che si sarebbe dovuta approntare una Finanziaria leggera, che correggesse per quanto possibile i conti pubblici, ma senza interferire con la ripresa economica e l’aumento del gettito”.
Perché il centrosinistra ha invece partorito questa manovra “lacrime e sangue”?
‘È il riflesso ideologico proprio di questa maggioranza che non riesce a uscire dalla logica `tassare e spendere’. Se almeno avessero aumentato la pressione fiscale – che so – per rilanciare la scuola pubblica o per organizzare un sistema di ammortizzatori sociali per i lavoratori flessibili… Invece no: pensano a solo a svuotare la legge Biagi”.
Svuoteranno anche la riforma delle pensioni messa a punto nella scorsa legislatura da Maroni?
“Il rischio, grave, è che a gennaio il centrosinistra scoperchi il vaso di Pandora di una nuova, fantomatica riforma previdenziale, che alla fine porterà a una modifica dell’attuale normativa del famoso ‘scalone’ (misura grezza quanto si vuole, ma che va sicuramente nella direzione giusta), rendendola meno incisiva in termini di risparmio di spesa e di riequilibrio tra le generazioni. Il punto è che Rutelli e Giordano, quando parlano di pensioni, esprimono concetti diametralmente opposti e siccome ho l’impressione che – come sulla Finanziaria – alla fine sarebbe il segretario di Rifondazione ad avere la meglio, consiglio al centrosinistra di non occuparsi proprio della materia”.
L’ultima domanda è sui “cugini”. Secondo Lei il siluramento di Capezzone da parte di Pannella era ineluttabile?
“Premetto che non ritengo che Daniele sia stato ‘mobbizzato’. Chi fa politica con Pannella, infatti, sa (e lo sa fin dal primo momento) che su un piatto della bilancia c’è il vantaggio di essere proiettati immediatamente, anche al di là dei propri meriti, molto in alto; sull’altro piatto, però, c’è il piccolo particolare di avere a che fare con uno con le palle come Marco. Voglio dire che, a mio avviso, dentro i Radicali Italiani si è aperto un importante confronto politico che poco a che fare con delle questioni personali o personalistiche. Il confronto è tra Capezzone da una parte, e Bonino dall’altra, sul ‘se’ e sul ‘come’ si deve stare all’interno di un centrosinistra che dopo sei mesi di governo si è già impantanato”.
Non le viene voglia di dire: “L’avevo detto, io”?
“Beh, un pó sì… “.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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