FLAGS OF OUR FATHERS di Clint Eastwood

Di Gianfranco Cercone De Lucia

Se si vuole riconoscere, quasi infallibilmente, un campione di cinema popolare, si può usare questo criterio: i significati tendono ad essere espliciti, incontrovertibili, senza margini di ambiguità; i giudizi dell’autore su ciò che vediamo sono netti e non vanno troppo per il sottile. Prendiamo “Flags of our fathers”, l’ultimo film diretto da Clint Eastwood. Racconta un episodio della seconda guerra mondiale: al termine della conquista da parte delle truppe americane dell’isola giapponese di Iwo Jima – costata la vita di tanti soldati di entrambe le fazioni – un gruppo di marines issano la bandiera americana sulla vetta del monte che sovrasta l’isola. Immortalati in una celebre fotografia, pubblicata in prima pagina sul “New York Times”, diventano gli eroi del giorno: sottratti alla trincea, usati come testimonial per convincere i cittadini americani a comprare buoni di guerra necessari ad acquistare nuove armi, si organizzano per loro celebrazioni di cattivo gusto e ricchi festini; incontrano ragazze adoranti e magnati in cerca di sponsor. Poi, “consumati” e divenuti inutili, sono rigettati nell’anonimato. L’episodio provoca il moralismo di Eastwood su più fronti. In primo luogo, contro una rappresentazione retorica e monumentale della guerra di cui è un esempio la fotografia al centro del racconto. La guerra è invece, secondo un verso di Testori, “merda, sangue, merda”; e per ricordarlo, l’autore, nella descrizione della battaglia, non risparmia gli episodi più agghiaccianti e i particolari più cruenti. In secondo luogo, se la prende con la macchina della propaganda perché elegge tre eroi finti, al posto dei tanti eroi veri; onora i primi, per poter meglio dimenticare tutti gli altri. Opera in questa ingiustizia anche il capriccio della Fortuna, che non è qui però un’entità fatale, ma manipolata da (legittimi) interessi finanziari. Infine, denuncia il razzismo che alligna anche nell’esercito. Uno dei tre eroi per caso, è un indiano d’America, moralmente il più puro dei tre, il più rivoltato all’idea del trattamento privilegiato e stucchevole che gli è riservato; e un po’ per la sua origine etnica, un po’ per il suo comportamento non conforme alle esigenze della propaganda, viene presto rispedito in guerra. Come si vede, le idee guida del film sono semplici, di senso comune, e condivisibili un po’ da tutti. Non illuminano aspetti imprevisti o profondi delle realtà descritte, ma servono a suscitare una calda, a momenti commossa, adesione dello spettatore al racconto; il quale, per contrapposizione ai guasti e alle follie del mondo, è di stile sobrio e virile (conforme almeno a un certo ideale di virilità), oltreché molto abile e curato. (Va anche detto che certe atmosfere sono evocate con finezza: penso, ad esempio, ai quadri di vita all’interno delle navi poco prima dello sbarco sull’isola: dove si gioca a carte come se niente fosse, mentre in certi gesti trapela l’angoscia; che si manifesta più chiaramente in certe attonite immobilità…)


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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