Cronache Imperiali. Filantropia & Capitalismo

Di Maria Luisa Rossi Hawkins da New York
È facile sentirsi buoni a New York  in questa stagione.
Questo perché alla vigilia del Thanksgiving, festa del ringraziamento, insieme alla febbre del tacchino ripieno, si diffonde contagioso uno spirito di bontà collettiva che è sostenuto da una  esortazione ripetuta a ricordarsi dei meno privilegiati—anche solo per un minuto, quello in cui in genere si firma un assegno.
Così, mentre le decorazioni delle case e dei negozi si stagliano contro la luce obliqua di questo fine novembre, da ogni parte arrivano stimoli a dare, elargire, donare a mille cause più o meno note. Le scuole sono impegnate nel fund-raising, nei posti di lavoro si raccolgono, soldi, vestiti e cappotti, i supermercati mettono a disposizione le proprie catene di distribuzione per consegnare cibo a chi non ne ha.
Anche il New York Times ad ogni pagina, esorta in grassetto a ricordare i più bisognosi. E ognuno fa quello che può.
È da tempo ormai che in questo paese la beneficienza non è più un fatto  sporadico e tantomeno occasionale ma  una operazione scientifica che si perfeziona ogni momento e  che  in questo periodo impegna tutti, singoli cittadini e grandi corporazioni, piccoli esercizi e grandi catene commerciali. Per queste ultime  la beneficenza non è più  un optional ma un dovere che spesso risponde a quella viene definita oggi come  una nuova forma di filantropia d’impresa. Philantropreaneurship.
Se  nelle grandi catene di libri come Barnes and Noble e di vestiti come Gap, ti viene richiesto di dare secondo il modello più tradizionale, comprando un indumento o un libro per qualcuno, eserscizi piccoli e grandi fanno ormai della beneficenza una scienza esatta e spesso anche redditizia.
La filantropia imprenditoriale che si sta diffondendo velocemente in questo paese, ha una fonte inesauribile di sostenitori che ritengono che questo modello funzioni meglio di qualsiasi altro metodo di beneficenza. È un modello che si spinge oltre le fondazioni benefiche di Bill Gates anch’esse di vecchio stampo, e intraprende invece una strada che ha  soppiantato l’antico modello  proposto da Rockefeller, che donava spazi, terreni soldi  senza monitorare poi il ritorno della propria donazione lasciando altri ad amministrare il lascito secondo le proprie capacità ed esigenze.
I nuovi filantropi, sostengono che  il vecchio modello è troppo lento e non ha  portato  i frutti desiderati  insistendo che solo il capitalismo può invece agire tanto velocemente da conseguire successo nel breve tempo, oltre che rendere intere popolazioni padrone del proprio destino e non dipendenti dalle ricchezze altrui. La filosofia portante della nuova filantropia imprenditoriale è quella della Greemen Bank, che fa beneficenza prestando, denaro ai singoli, facendone piccoli imprenditori e responsabilizzando così l’individuo. I suoi sostenitori da Richard Bronson presidente della Virgin, al magnate Stephen Case, che ha unito America Online e Time Warner, impegnano fortune per sostenere cause benefiche,  ma dai propri lasciti  spesso si aspettano di trarne profitto. Per il presidente di E-Bay, Jeffrey Skoll, che appartiene a questa nuova scuola di filoimprenditori; il modello seguito è quello di una rete  di fondazioni non profit e for profit che si alimentano a vicenda. Skoll, per esempio, finanzia film a carattere sociale attraverso la sua casa di produzione e ne  reinveste i guadagni in una fondazione che costruisce un sistema di acquedotti nei villaggi africani.
Tutte le sue iniziative, anche quelle redditizie, comunque sono mirate a migliorare la vita di chi sta peggio.
“Money and Freedom


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