Cronache Imperiali. Democratici: una vittoria, mille problemi

Di Maria Luisa Rossi-Hawkins, da New York.

Messaggio ricevuto. Rumsfeld, architetto della politica americana in Iraq, se ne va prima ancora del risultato definitivo delle elezioni di mezzo termine. Se è vero che gli americani hanno votato contro l’intervento militare in Iraq, non è passato molto tempo prima che il presidente accettasse il verdetto degli elettori rispondendo alle esigenze poste da un nuovo Congresso.
Ma con la dipartita di Rumsfeld e la vittoria al Congresso, per i democratici si preannunciano tempi duri. Finita l’epoca delle critiche incondizionate, il legislativo dovrà ora controllare la politica del presidente e proporre una strategia alternativa alla guerra in Iraq che ha dominato l’agenda elettorale dell’ultimo anno. Sarà una cosa complicata e difficile date le mille anime di un partito che non ha mai saputo presentare una strategia unitaria e una agenda politica che accontentasse le sue mille star, coinvolte in una corsa personale verso la futura ribalta.
La vittoria dei democratici è stata prodotta dalla demonizzazione del presidente, ed è stata per loro una campagna elettorale relativamente facile, combattuta contro un bersaglio che non ha mai rinnegato la responsabilità politica per la perdita di migliaia di giovani vite americane. Nessun democratico ha mai offerto una strategia alternativa alla guerra, limitandosi a scagliarsi contro gli errori di una campagna militare di cui Rumsfeld è stato dichiaratamente l’artefice.
Ma ora Rumsfeld non c’è più.
Chi lo sostituisce non potrebbe essere più diverso da lui. Gates è un mediatore, gran conoscitore delle dinamiche di Washington e molto caro all’amministrazione democratica, membro della commissione presieduta da James Baker, un ex segretario di Stato che gode di stima tutta bipartisan. Gates parla diversamente e pensa diversamente da Rumsfeld e, al contrario del suo predecessore, è apprezzato dai militari ed ha una visione realistica della situazione irachena. La sua strategia nei confronti della guerra non sarà ideologica.
Ciò nonostante, chi dopo queste elezioni si aspetta un repentino cessare della campagna militare in Iraq rimarrà deluso. Il Congresso non decide, e difficilmente può cambiare il corso della guerra avviata e votata da repubblicani e democratici. In un sistema presidenziale, è l’esecutivo ad avere potere decisionale e Bush su questo è stato sempre molto chiaro. La sfida del Congresso potrà essere solo quella di trovare una onorevole conclusione alla missione militare. Il Congresso democratico potrà solo ridefinire i termini della strategia delineata da Bush in Iraq e poi, e se sarà in grado, cercherà di mantenere la faccia davanti al suo elettorato mentre i soldati continueranno a morire e una via d’uscita stenterà ad arrivare.
Passati i canti gioiosi le feste notturne e le nostalgiche reminiscenze kennediane, per i democratici arriva il momento della verità. Saranno tempi duri perchè il licenziamento di Rumsfeld rappresenta al tempo stesso l’ammissione di un fallimento militare e la vittoria politica del centro repubblicano. E questo apre nuovi orizzonti nella corsa alla Casa Bianca nel 2008.
Davanti ad un Congresso immobilizzato dalle ambizioni dei rappresentanti e dalla loro diversità, i repubblicani moderati si troveranno davanti ad una opportunità che non potranno mancare. Mc Cain, Giuliani, Romney sono già al lavoro per definire una nuova agenda politica repubblicana.
Per i democratici invece comincia un lungo e difficile banco di prova. Un mandato durante il quale si vedranno le capacità politiche di uomini e donne diversi e ambiziosi, rissosi e incapaci di stare nell’ombra, eletti più per punire che premiare. Due anni difficili, in cui, per i democratici al Congresso, ci sarà molto da guadagnare e moltissimo da perdere. Due anni per legiferare e controllare un presidente repubblicano che non può essere rieletto, due anni brevissimi per prepararsi a perdere le elezioni presidenziali del 2008.


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