Cronache Imperiali. America al voto. Per cosa?

Di Maria Luisa Rossi-Hawkins, da New York

Oggi  in America si vota.Si vota per rinnovare il Congresso, un terzo del Senato del  Paese e 34 governatori. Sono le elezioni di mezzo termine, dove in gioco ci sono centinaia e centinaia di  incarichi per i quali i candidati si battono, voto per voto, nel tentativo si espugnare una posizione a livello locale. Governatori, attorney generals  assembleyman,  cariche essenziali  per l’andamento  di questo paese che ha fatto del federalismo, la chiave per il funzionamento di un continente vasto, vario e in continua trasformazione.
E mentre in ogni distretto infuria la battaglia fra i candidati combattuta a colpi di idee  e di iniziative a carattere locale, di questi uomini e di queste donne, non si sa praticamente nulla a meno che non lo si desideri fortemente.
Ti stringono la mano nella metropolitana, e ti offrono il caffè fuori dalla scuole mostrandoti la lista delle loro iniziative, ti parlano dei  loro progetti per migliorare il futuro del tuo quartiere,  della tua citta’ del tuo stato e poi, passano ad un altro possibile elettore o elettrice che distrattamente forse, li ascolta.  Pochi  scelgono di ascoltarli e le loro iniziative rimangono offuscate dalle stelle di questa campagna elettorale che usano il pulpito delle televisioni nazionali  per proiettarsi verso le prossime elezioni presidenziali del 2008.
Sono le superstars del partito democratico che dominano la campagna elettorale di mezzo termine e senza mai sbilanciarsi sul contenuto di una propria  agenda,  si buttano sull’argomento che ha dominato questa campagna elettorale: il fallimento dell’intervento Americano in Iraq.
Altro che il Global Warming del povero Gore, o i diritti umani in Cina o l’insoluto problema dell’immigrazione illegale in questo paese.
Queste elezioni infatti, verranno consegnate alla storia come un plebiscito sulla politica estera della presidenza di Bush che, con il proseguire della guerra, continua a perdere consensi catturato in un gorgo di responsabilità e di scontento, frutto più di una suggestione collettiva che di una reale situazione di malessere del paese.
I salari sono in aumento, la disoccupazione diminuisce, il prezzo della benzina continua a scendere e l’economia continua a crescere.
Eppure, niente cattura meglio lo spirito di queste elezioni delle copertina del settimanale New Yorker di questa settimana che ritrae il presidente Bush, in un negozio di porcellane  distrutte davanti alla Casa Bianca che, punta l’indice verso se stesso come chiedesse  al proprietario che è fuori di sè: “Ma sono stato io?


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