ARCHIVIO – Pasolini prossimo nostro – Scheda AUDIO

– UPDATE 1 novembre 2010 – Anche quest’anno ricordiamo il grande Pierpaolo Pasolini, poeta, scrittore, regista, testimone dei nostri tempi come dei suoi.

– UPDATE 1 novembre 2009 – Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Care, cari,

è quasi dal momento della sua morte che, per 34 anni e senza interruzione, ricordiamo Pasolini, e dal 1992 Massimo Consoli e poi noi della Fondazione a lui intitolata, invitiamo i locali gay e non gay di Roma, d’Italia e di vari altri paesi, e tutta la gente di buona volontà, a spegnere le luci, per un minuto, nella mezzanotte tra l’1 ed il 2 novembre, in quella che è ormai diventata famosa con il nome di «Operazione Notte Buia».

Un messaggio di solidarietà, di ricordo, di affetto per Pasolini e la sua opera.

Perché Pasolini appartiene a tutti, non solo ai gay romani e, in ogni caso, non solo ai gay.
E questo gesto è pegno d’amore e di speranza per una societa’ migliore, piu’ giusta, piu’ onesta.

La nostra manifestazione silenziosa ha lo scopo di

1) ricordare un grande poeta morto in circostanze tragiche
2) smetterla una volta per tutte di continuare ad essere ammazzati perché gay, lesbiche, trans o semplicemente donne.

Se volete aderire replicateci questo messaggio con il vostro nome.
Vi ringraziamo dell’adesione

La Fondazione Luciano Massimo Consoli

Di Gianfranco Cercone

L’invenzione del cinema è servita anche a esaudire desideri prima del tutto irrealizzabili, o almeno non alla portata di chiunque: come accedere a luoghi inviolabili a occhi estranei, che siano le stanze del potere più alto o più occulto, o le camere da letto dove si amano i corpi più seducenti; come esplorare le zone del pianeta più lontane e più rischiose, o trasferirsi addirittura in altre epoche storiche, passate o future.

Però nel momento in cui il cinema realizza uno di questi sogni, inevitabilmente anche li frustra: perché di fronte allo schermo siamo ridotti a testimoni inerti, impossibilitati a interagire con le realtà che si prospettano al nostro sguardo; e perché, per quanto forte sia la magia evocativa delle immagini cinematografiche, non ci abbandona mai del tutto la consapevolezza che non si tratta che di illusioni. Potrà sembrare forse incongruo questo preambolo, a proposito del recente documentario che il regista Giuseppe Bertolucci ha dedicato a Pier Paolo Pasolini (intitolato “Pasolini prossimo nostro”). Ma, a mio parere, egli ha cercato di esaudire un sogno impossibile, come quelli che sono forse alle radici del cinema. Tra i film che Pasolini ha realizzato, ce n’è uno che più di tutti gli altri è assurto al “mito”, quanto il suo autore. Si tratta del suo ultimo, “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”: al di là dei giudizi artistici, quello che probabilmente più esplicitamente di ogni altro (intendo dire nella storia del cinema, non solo tra i film di Pasolini) ha espresso l’indicibile, ha esplorato l’orrore che cova nella psiche individuale e che sfocia negli episodi più infernali della Storia: che siano i lager o i gulag; i luoghi in cui il dominio dell’uomo sui suoi simili, è giunto agli estremi più abominevoli e sanguinosi. Oltretutto, il film è uscito sugli schermi postumi, e partecipa, come una strana profezia, del mistero, ancora irrisolto, della morte del suo autore. Della lavorazione del film, esiste un dettagliatissimo réportage fotografico (oltre mille scatti) di Deborah Beer; sono state anche ritrovate riprese nelle quali Pasolini dirige le scene finali del film (quelle del “Girone del sangue”, per chi ha visto “Salò”); e anche una lunga intervista, da lui rilasciata sul set, al critico francese Gideon Bachmann. Ognuna di queste serie di documenti potrebbe appassionare un cinefilo, o comnque chi è interessato all’opera e al pensiero di Pasolini. L’intervista, in particolare – che richiama l’analisi apocalittica della società italiana degli anni Settanta, sviluppata negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane” – oltre a presentare spunti inediti, ci consente di ritrovare l’emotività dell’autore che sottende le sue parole: in un’esasperazione quasi costante; o in un improvviso silenzio sconfortato; o in un ingentilimento della voce, non dissimulato, quando rievoca il suo amore per i giovani di anni passati. Ma accostando, con intelligenza e con capacità suggestiva, i discorsi di Pasolini alle fotografie di scena, Bertolucci è voluto entrare nelle ragioni intime del film. Ecco allora il sogno che il suo documentario ha tentato forse di realizzare (mancandolo, in parte, come era inevitabile): raccontare “Salò” momento per momento, come visto dall’autore; e, ancora di più, cogliendo nel vivo il processo creativo. Un esempio, forse il più facile, tra i numerosi possibili. In alcune celebri scene del film, i quattro carnefici costringono le loro vittime a mangiare la merda. Era già noto che si trattava, nelle intenzioni, di un’allusione al consumismo (immaginosamente accostato dall’autore all’universo del lager). Ma la spiegazione di Pasolini è qui particolarmente chiara e persuasiva. Parla di nuovi, disgustosi prodotti alimentari lanciati sul mercato e decantati dalla pubblicità (fa esplicito riferimento a certe “robioline” per neonati); parla anche dell’olio ricavato dalle carcasse dei buoi. Afferma che avrebbe potuto certo incentrare un film direttamente su casi di sofisticazione alimentare. Ma invece, evitando denunce specifiche, della cui utilità sembrava dubitare, ha preferito trasformarle in un simbolo.

Fonte audio: Radioradicale.itCC 2.5 Italia


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