“Grido” di Pippo Delbono

Di Gianfranco Cercone De Lucia

Nei rari film realizzati dai registi teatrali per illustrare i propri spettacoli, anche dai migliori, ricorre un difetto: il linguaggio teatrale (i gesti e i movimenti degli attori, lo spazio scenico, la dizione….) è duttile ed espressivo; mentre quello propriamente cinematografico o è inerte, usato passivamente a servizio dello spettacolo teatrale; o, quando vuole essere espressivo, arranca, dimostra tutta la minore padronanza dell’autore dei mezzi del cinema rispetto a quelli del teatro. E’ forse ovvio e inevitabile. “Grido” di Pippo Delbono non fa eccezione. Ma poiché il regista è uno straordinario attore e inventore di spettacoli (di fama internazionale), se non lo avete mai visto sul palcoscenico, fareste bene a non perdere questo suo interessante autoritratto in forma di documentario cinematografico. Senza seguire un ordine espositivo cronologico e lineare, Delbono racconta la sua storia, fatta di un irragionevole sregolamento dei sensi (un rapporto d’amore, vissuto da ragazzo, con un giovane più adulto, votato all’autodistruzione, che lo ha iniziato al sesso e all’uso dell’eroina); di follia (per qualche tempo, è stato rinchiuso in manicomio); di un sodalizio con un malato di mente (che egli ha liberato dal manicomio, inserendolo stabilmente nella sua compagnia teatrale) e di appassionata creatività artistica. I momenti migliori del film – meglio girati, e preziosi per il loro valore di documento – sono le riprese di frammenti di alcuni dei suoi spettacoli, nei quali si riflettono, trasfigurate, le sue vicende personali. Penso, per fare soltanto un esempio, a un monologo dell’”Enrico V” di Shakespeare, in cui il re incita le truppe a combattere e a uccidere: pronunciato con una voce secca e cattiva, che sembra uscire dai recessi più bui dell’inconscio; e intervallato da pause in cui si sorprende sul volto dell’attore un’espressione di strana sofferenza, come di chi si agiti all’interno di un incubo dal quale non riesca a svegliarsi (e la Francia, di cui si invoca la conquista, appare come il sogno drogato di una mente sconvolta). E’ il manicomio, con i suoi androni vasti e squallidi, la matrice che si può scorgere in filigrana dietro le immagini di alcuni spettacoli che ci vengono presentati: dove un’umanità di strani clown, malinconici o disperati, si ingegna a creare gag, poveri trucchi e travestimenti, per salvarsi dalla desolazione che li circonda; dove non esistono più diversi, perché la nozione di normalità è svanita anche nel ricordo, senza rimpianti. “Grido” mi sembra soprattutto l’atto di fiducia di un artista nella possibilità di rigenerazione di sé attraverso l’espressione teatrale. E’ anche così che si spiega la frase che viene pronunciata in conclusione: “Non avere paura, perché dopo ogni inverno c’è una primavera”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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