Padova, Mantegna e il Congresso di Radicali Italiani

di Gianfranco Leonarduzzi

Il congresso nazionale di Radicali Italiani si terrà a Padova, nei primi giorni di novembre. La dirigenza del movimento liberale, liberista e libertario, co-fondatore della Rosa nel Pugno, ha scelto la città della rivoluzione culturale del Quattrocento e la capitale dell’umanesimo. Padova è anche la città che ospita, fino al gennaio del prossimo anno, Andrea Mantegna, uno degli artisti più geniali dell’epoca. Il suo portato è rivoluzionario, irrompe sulla scena artistica, spezza la tradizione tardogotica, diventa l’interprete più efficace di una città in pieno fermento economico e sociale; centro urbano colto e avanzato, con un fortissimo desiderio di modernità.
Dal Mantegna in avanti, l’humus dei patavini si è esteso come un magma, influenzando e arricchendo l’intero nord est.
In un contesto così pruriginoso, pronto ad annusare i capovolgimenti dei sistemi produttivi, si tiene il quinto congresso del movimento politico che ha contribuito ha portare al governo di questo paese chi appartiene a un mondo completamente diverso.
Radicali Italiani, attraverso la Rosa nel Pugno, ha favorito la composizione di un esecutivo che non è in grado di distinguere e dialogare col mondo dei produttori, anzi, lo insidia.
Nei giorni scorsi, prima a Treviso, poi a Vicenza, vi sono state vivaci e contenute manifestazioni, corrette, senza eccessi, per ricordare il valore dell’impresa nel sistema italiano; l’agitazione, ha rivelato il disagio delle categorie produttive di fronte alla prima manovra finanziaria militante. Per la maggioranza di governo è sembrato che, sopra tutto, la protesta di Treviso non sia degna di nota. Nessun segnale di attenzione. Del resto, i lavoratori autonomi sono ormai considerati evasori tout court, col marchio.
Di questo governo, “distratto” sulle manifestazioni, fanno parte, per la prima volta, anche esponenti radicali, tornati in parlamento grazie al compromesso temporaneo con lo Sdi. Il contratto, denominato Rosa nel Pugno, si ispira a tre nomi: Blair, Fortuna, Zapatero, Basta citare il primo, per capire che nemmeno i voli low cost oltremanica hanno favorito l’osmosi col premier britannico, a giudicare almeno da questi primi mesi di legislatura. Neppure l’amabile buona volontà del segretario uscente Capezzone, che interpreta felicemente i due capponi manzoniani, riesce a convincere più gli elettori che (inconsapevolente ?), hanno votato il peggior governo del dopoguerra. La Rosa nel Pugno oggi appare indurita, incerta, intenta a liberarsi dalle miserie di un dibattito ammuffito, vecchio, caduto nel profondo della partitocrazia. Gli incoraggiamenti e le speranze dell’infaticabile Pannella sono esemplari, eppure, la Rosa nel Pugno è divenuta l’esempio paradigmatico della fenditura geologica che divide il mondo della politica da quello del Mantegna rivoluzionario; della Padova genitrice dei lampi di genio, della pionieristica incertezza che investe il grande interprete dell’abolizione della miseria di rossiana memoria. Il Mantegna, nella sua opera coraggiosa, ha mutato il corso della storia. La Rosa,per converso, è l’immagine tragica dell’inconcludenza della politica, che non riesce a spezzare la sua tradizione, costretta a soccombere, spaesata, di fronte alla dinamicità dell’ impresa.


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