“Water” di Deepa Mehta

Di Gianfranco Cercone De Lucia

Non so quanti si troveranno d’accordo con me, ma io non amo particolarmente i film di denuncia. Penso che quando il messaggio politico è ritenuto prioritario dal regista, il racconto tende ad impoverirsi e a schematizzarsi, si mette al servizio di un contenuto troppo importante per lasciare spazio all’immaginazione. Ci sono illustri eccezioni, film che hanno saputo coniugare poesia e denuncia. Ma “Water” di Deepa Mehta, ha almeno in parte i difetti del genere (per esempio, una certa convenzionalità di molti dei personaggi). A suo merito, va detto però che la realtà che descrive è inedita e sconvolgente; e che il racconto, in alcuni passaggi (ad esempio, il finale, dove, nell’intimo di un personaggio, sul desiderio di libertà, prevale amaramente la fatalità dei tabù sociali) non è privo di finezza psicologica. Per questo il film, comunque, cattura l’interesse dello spettatore ed emoziona. In questa nota, mi limiterò a fornire alcune informazioni. Anzitutto, sulla regista. Di suo, si era visto in Italia qualche anno fa, “Fire”, imperniato su una storia d’amore fra due donne in India. Il film era delicato e casto; ma in patria aveva suscitato furore. Un gruppo fondamentalista indù distrusse le sale cinematografiche dove veniva proiettato. Malgrado l’ordine emesso dalla corte suprema indiana che prevedeva la presenza di uomini armati davanti alle sale, gli esercenti spaventati non rimisero il film in cartellone. Nel 2000, una folla di centinaia di fanatici bruciò il set del nuovo film della regista, “Water” appunto; e minacciò di morte lei e due delle sue attrici. La lavorazione venne sospesa d’autorità per motivi di pubblica sicurezza; e poté riprendere soltanto cinque anni dopo, nello Sri Lanka, avvolta nel più profondo segreto. Cosa racconta di tanto scandaloso “Water”? Descrive la condizione delle donne vedove in India. Secondo un’antica tradizione religiosa, non soltanto è loro proibito di risposarsi, ma sono votate a una vita di mortificazione: riunite insieme in poveri ospizi (gli “ashram”), non hanno il diritto di parlare a meno che qualcuno non rivolga loro la parola; consumano un unico, frugale pasto al giorno; dormono sulla nuda terra; vivono di carità, e in alcuni casi, le più giovani e belle, nascostamente, di prostituzione. Il film si svolge nel 1938 (il movimento politico che fa capo a Gandhi è descritto come antagonista rispetto a tali costumi ancestrali); e sarebbe ragionevole credere che le condizioni di vita delle protagoniste del film non rispecchino più la realtà attuale dell’India. Ma, avverte la regista, non è del tutto vero, e il desiderio dei fondamentalisti di nascondere questa realtà spiega in parte gli attacchi e le proteste contro la realizzazione del film. A difesa di “Water” è sceso in campo fra gli altri lo scrittore Salman Rushdie, che gli ha dedicato queste parole: “Il film affronta un argomento serio e difficile, vale a dire come le donne vengono schiacciate da religioni atrofizzate e da dogmi sociali. Al tempo stesso però – ed è questo uno dei suoi grandi meriti – la storia è raccontata dall’interno attraverso gli occhi delle protagoniste, offrendoci un quadro completo del dramma della loro vita e toccando irrimediabilmente il nostro cuore”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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