“NUOVOMONDO”

Di Gianfranco Cercone

E’ uno dei compiti del cinema, ridare senso, attraverso le immagini, a parole che, ripetute tante volte, hanno perduto freschezza e valore. Se parliamo ad esempio dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti, potranno tornarci alla mente fotografie e filmati di repertorio; ma difficilmente l’immaginazione risusciterà in modo vivo il senso avventuroso, carico di angoscia e di aspettative, che doveva accompagnare un simile avvenimento. Per cercare di restituire alla nozione storica la sua forza emotiva, il regista Emanuele Crialese, nel suo “Nuovomondo” (vincitore di un Leone d’Argento all’ultimo festival di Venezia), ha proceduto per esasperazioni. Anzitutto, la terra di partenza – che riconosciamo come una terra del Sud d’Italia – non ha una precisa identità geografica. E’ un’arida e sconfinata pietraia, dove non si scorgono paesi, ma soltanto isolate casupole. Per contrasto con tale deserto, il “nuovo mondo”, l’America, acquista, agli occhi degli abitanti inselvatichiti, la qualità di un favoloso miraggio. Ma per Crialese, l’idealizzazione favolosa non doveva compromettere la resa della drammaticità e della brutalità dei fatti raccontati. Ecco allora che uomini, che, dalla fisionomia e dai costumi, sembravano destinati a vivere per sempre in campi aperti, dediti all’agricoltura o all’allevamento, si ritrovano ammassati e costretti in un antro buio, in attesa della partenza della loro nave; insieme alle loro donne, che hanno l’aria di essere state strappate a forza dallo spazio protetto delle loro case. E il disagio, provocato da un ambiente che nega la loro antica identità, si accresce all’interno della nave, dove uomini e donne, separati, si ritrovano incasellati nei posti letto, a un palmo l’uno dall’altro; franando poi tutti quanti, come in una bolgia dell’Inferno, per lo squasso provocato dalle ondate; e acquietandosi infine in un sonno scomposto, variamente intrecciati fra loro. In questi quadri di insieme, e anche altrove, l’autore ha corso il rischio dell’estetismo: di creare belle coreografie, di grande effetto, ma gratuite ai fini del racconto. Ma il rischio mi sembra evitato, perché tali impennate visionarie servono a raccontare il viaggio come visto dai suoi protagonisti: che lo mitizzano, nel momento stesso in cui soffrono il profondo disorientamento psicologico che comporta (la “perdita della presenza”, secondo la definizione di un celebre antropologo). Per il terzo capitolo dell’epopea, quello che si svolge a Ellis Island, in prossimità di Manhattan (dove oggi si trova un appassionante museo dell’immigrazione), Crialese ha dichiarato di essersi accuratamente documentato, e di aver scoperto che gli esaminatori americani applicavano agli aspiranti immigrati, criteri di selezione “eugenetici”: e cioè i deboli di mente, così come gli affetti da tare quali il mutismo, erano costretti al rimpatrio, perché non “contagiassero” la popolazione americana. In ogni caso, coerentemente alla scelta di stile espressionistica e deformatrice del film, l’esame è descritto come l’esercizio di un Potere impersonale e spietato, che separa i congiunti, costringe le donne a matrimoni combinati con italiani già sbarcati in America. Il “Nuovo Mondo” appare allora come una densa nebbia, che non lascia intravedere nemmeno la sagoma della Statua della Libertà; oppure, nell’immagine conclusiva, come un mare lattiginoso, dove si sarà forzati a nuotare e a nuotare, senza una meta definita, e chissà per quanto.

Fonte audio: Radioradicale.itCC 2.5 Italia


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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