Ci vuole un fiore

Di Marco Paolemili

Sono andato via da Torre Argentina dopo essere tornato da Fiuggi. La nascita della Rosa nel Pugno ha per me significato la fine di un progetto, una brusca interruzione di un cammino che avevo da poco cominciato. Non credevo, e non credo tutt’ora, al liberalsocialismo, la mia impostazione differisce profondamente da quelle fumose concezioni, troppo poco dissimili da una socialdemocrazia che non mi si addice. Continuo testardamente a considerarmi un liberale anche oggi che questo vocabolo ha perso tutto il suo significato. Me ne andai dalla neonata Rosa salutando i compagni radicali, senza abbandonare gli amici però, perchè mi sentivo diverso dai socialisti. Sebbene fossi stato un fautore dell’esperienza referendaria al loro fianco, con il comitato dei giovani per il sì e con tante altre iniziative, non credevo che l’alleanza potesse andare oltre quel determinato obiettivo. La concezione di Stato, di società, d’individuo, le mie priorità erano altre. Sarei potuto restare, continuare a lavorare con il gruppo di radicali di sempre e far buon viso a cattivo gioco, ma non ce l’ho fatta. Avevano ragione i miei genitori che mi rimproveravano sempre quando andavo a scuola: io non so tenere la bocca chiusa e devo dire sempre quello che penso. Lo sapevamo tutti che la Rosa nel Pugno era un cartello elettorale, un espediente per rimanere a galla in periodi difficili economicamente e politicamente. I vecchi del partito, quelli che erano ala sinistra del partito liberale, forse potevano vedere in questa alleanza una ripresa di vecchie idee, precedenti alla svolta illuminata liberale, liberista e libertaria a cui io appartengo. I socialisti sono lo statalismo, sono quello che denuncia Marco Pannella, interesse per le amministrazioni locali intese come moltiplicazione del potere dello Stato e dei partiti, sono cioè un universo agli antipodi del pensiero liberale e libertario. Si legge in questi mesi che la Rosa sta appassendo, ma in realtà è un processo di apoptosi (morte cellulare programmata) quello a cui siamo assistendo. Da una parte lo Sdi e Turci, due facce della stessa vecchia medaglia e dall’altra i Radicali. Per tutti la Rosa nel Pugno ha rappresentato una medicina, un elisir di lunga vita, almeno fino alle prossime elezioni politiche. Marco Pannella non vuole il radicamento sul territorio, un genio politico come lui lo avrebbe potuto realizzare senza problemi nel corso della sua onorata carriera se avesse voluto, i socialisti sì, perchè vogliono tornare ai fasti dell’era di Craxi. I fiori sono portatori di semi, sono gli organi riproduttivi di forme di vita, la rosa è un fiore bellisimo che dura pochi giorni e poi muore, per originare una nuova vita. Questo è quello che auguro alla Rosa nel Pugno, agli amici radicali, che da questo fiore nasca una nuova vita liberale, un vero progetto innovativo, di alternativa democratica per l’Italia. E che i petali socialisti tornino a terra, a concimare il vecchio e sterile terreno statalista della sinistra.


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