Little Miss Sunshine

Di Gianfranco Cercone De Lucia

Mi si passi un’ovvietà: una caricatura riuscita è sempre anche un po’ realistica. E’ necessario che nell’esasperazione dei tratti, fisionomici o caratteriali, si senta che l’autore ha colto e messo crudamente in luce, una qualità che appartiene davvero al modello originale. Altrimenti, la deformazione caricaturale manca di presa, è un esercizio buffonesco, privo di valore. Se “Little Miss Sunshine” – una commedia americana di produzione “indipendente”, diretta da Jonathan Dayton e Valerie Faris, presentata con successo al Sundance Film Festival – convince e diverte, è perché i suoi personaggi, quasi tutti caricaturali, non sono totalmente disumanizzati; lasciano intravedere i connotati di “tipi” credibili. Appartenenti a una stessa famiglia, riuniti insieme per un lungo viaggio a bordo di un pulmino scassato, per condurre una bambina a un concorso di bellezza, sono tutti, ognuno a suo modo, partecipi e vittime della mitologia del successo: quella per cui gli uomini si dividono in vincenti e in perdenti, e ogni sforzo deve essere tentato per montare sulla scialuppa dei primi. Ma il destino beffa i loro sogni: l’autore di un manuale sulla conquista del successo, non riesce a pubblicare il libro e rischia di finire sul lastrico; un insegnante universitario, specialista numero uno negli Stati Uniti per gli studi su Proust, si vede preferito, negli amori di uno studente, dallo specialista numero due, e tenta il suicidio; un adolescente, seguace delle teorie di Nietzsche, chiuso in un mutismo pieno di disprezzo nei confronti del resto della famiglia, e che desidera soltanto diventare pilota di aerei, nel corso del viaggio si scopre daltonico, e dunque tagliato fuori in partenza dalla professione cui aspira. E’ una serie di rovesciamenti che potrebbe risultare anche facile e meccanica, se non si basasse sull’osservazione acuta e sfumata dei comportamenti individuali, di una deformazione caratteriale (prodotta dall’aspirazione a essere superiori agli altri) diversa da tipo a tipo, colta anche laddove è ancora soltanto embrionale: è il caso della bambina, aspirante al titolo di “Little Miss Sunshine”, che vive ancora ingenuamente la cultura del successo, ma già avverte l’ansia per le aspettative che gli adulti riversano su di lei. E’ proprio della cinematografia americana, quando non cade nella propaganda, lo scandaglio impietoso dei mali del proprio paese, a partire da valori culturali dubbi o sbagliati. Che il film in questione non scada in un divertimento grossolano, che non perda di vista la verità umana dei suoi personaggi, lo si deduce anche da un breve episodio, una piccola perla. Il ragazzo quindicenne di cui ho scritto sopra, ha appena scoperta che a causa del suo difetto alla vista, non potrà guidare aerei. Durante una sosta del furgone in aperta campagna, scende, si apparta e rifiuta di proseguire il viaggio. La madre e il padre insorgono; ma lui, che fino ad allora non aveva mai aperto bocca, proclama ad alta voce il suo odio per tutti loro, e ribadisce che non si sposterà di lì. Che fare? Abbandonarlo? Dividersi? Aspettare, con il rischio di arrivare in ritardo per il concorso di bellezza? Alla fine, viene incaricata la bambina di persuadere il fratello a riunirsi alla famiglia. Lei gli si avvicina, gli si siede accanto, e, senza dirgli una parola, piega la testa sulla sua spalla, e resta qualche momento in silenzio con lui. Poi il ragazzo si riscuote, e già quasi rassegnato, risale a bordo del furgone. Non c’è retorica di buoni sentimenti nel gesto della bambina. C’è semmai un’inconsapevole solidarietà fra naufraghi. Ma soprattutto, si ammira la naturalezza e la credibilità con cui viene sciolto un nodo del racconto.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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