Telecom: un caso emblematico

Di Enrico Gagliardi

Che in Italia il tasso di liberismo e liberalismo fosse praticamente sotto lo zero, lo sappevamo tutti. Che inoltre fosse presente una sorta di resistenza (sia a destra che a sinistra), ostile ad ogni tipo di politica diretta in tal senso, ne eravamo altresì consapevoli. Onestamente però non era immaginabile (o forse si?) che “l’inquinamento dei partiti” arrivasse addirittura vicino ad aziende chiave ed in maniera così manifestamente spavalda, quasi la cosa fosse la normale conseguenza di una giusta politica economica. A dirla tutta le avvisaglie già c’erano state con il caso riguardante la ipotizzata ma purtroppo bloccata (almeno per ora) fusione di Autostrade con il colosso Albertis; episodio però “stranamente” poco pubblicizzato dalla nostra stampa nazionale, se non in rarissime eccezioni (penso al Sole 24 Ore che ha trattato con acume ed intelligenza l’argomento). Quello che è successo con Telecom però rappresenta senza dubbio qualcosa di più “rumoroso” in termini di comunicazione politica poiché questa volta si è assistito al coinvolgimento palese del Presidente del Consiglio in una trattativa riguardante una società interamente privatizzata, nella quale lo Stato non vanta nessun diritto. Dunque la prima domanda che sorge spontanea è la seguente: per quale motivo un’impresa come quella appena citata deve rispondere del proprio operato e delle proprie scelte societarie al Governo che su questa non ha nessun potere, e non invece, come logica vorrebbe, ai suoi azionisti? Ancora: perché il più stretto collaboratore di Prodi deve interferire nei progetti di Telecom attraverso una lettera su carta intesta della Presidenza del Consiglio? Interrogativi che probabilmente non avranno mai una risposta esauriente da parte di un mondo politico appiattito su posizioni che ricordano quelle dei paesi ad economia sociale di mercato. Prodi ovviamente, com’era prevedibile, ha negato ogni suo tipo di coinvolgimento nel caso Telecom ed addirittura nei giorni successivi all’esplosione del “bubbone telefonico” non intendeva nemmeno riferire immediatamente in Parlamento dimostrando così di ignorare un principio basilare sul quale si basa ogni democrazia liberale e cioè il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo del quale appunto lui ne è il leader. Il nostro paese comunque non ha certo bisogno ancora di aziende pubbliche modello IRI o comunque di interferenze indebite del mondo politico all’interno di società private. L’Italia ha invece necessità di ritrovare un sano modello capitalistico nel quale non siano presenti (come troppo spesso abbiamo visto in questi anni) finanzieri senza soldi che guidano società quando non ne sono effettivamente i proprietari e tutto ciò a causa di un ruolo insano delle banche che andrebbe chiarito e soprattutto modificato rispetto allo stato attuale. In tutto ciò dove sono i liberali? Perché eccetto rarissime eccezioni (penso agli ottimi interventi del Segretario di Radicali Italiani Daniele Capezzone) nessuno ha protestato contro questa situazione? I liberali della Cdl, se ancora esistono, per quale motivo non hanno speso nemmeno una parola per il caso Autostrade \ Albertis prima (quando la cosa coinvolgeva anche il passato governo) e Telecom poi? Facile dimostrarsi liberali su argomenti e tematiche che, seppur giuste e sacrosante, trovano l’appoggio della maggioranza. La vera sfida invece è esprimersi su posizioni che nessuno ha il coraggio e la forza di toccare. Davvero triste constatare come in realtà i tanti liberali siano tali solo a parole; questi signori insomma parlano per moda senza far seguire i fatti a queste nobili ma chiaramente vuote dichiarazioni di intenti. Ancora una volta il nostro paese, e dunque anche la maggioranza in carica, ha perso una buona occasione per fare progressi e sganciarsi da una concezione socialista (nel senso peggiore del termine) dell’economia.


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