La Finanziaria populista

Di Marco Paolemili

Le critiche, scontate e da sottoscrivere in pieno, alla Finanziaria sono scoppiate ovunque anche e soprattutto qui, sulla rete dove troviamo spiegazioni più economiche e razionali alla bocciatura della legge finanziaria, rispetto a quella propaganda che si sente e si legge sui media tradizionali. E’ chiaro, lo avranno capito anche gli elettori di sinistra di buona e cattiva fede, che questa manovra non è una manovra economica, tassare una minoranza del paese, colpire il ceto medio che fa muovere i consumi, favorire l’evasione fiscale e non agire sulla spesa pubblica e sull’apparato burocratico del potere statale, non serve assolutamente a nulla di buono per l’Italia. Il punto è proprio questo infatti: questo non è provvedimento economico, bensì politico, propagandistico. L’obiettivo non è la nazione, ma la coalizione. Il populismo in cui è immersa questa legge mira ad accrescere il consenso degli elettori del centrosinistra nei confronti dei loro rappresentanti. Un’icona che rappresenta meglio di molte parole il senso politico di questa finanziaria è il manifesto di Rifondazione Comunista apparso da qualche giorno sui muri delle nostre città. "Anche i ricchi piangano" recita la pubblicità sulla quale è raffigurato uno yacht, simbolo della ricchezza per antonomasia. Che poi questi battelli battano per lo più bandiere di Stati paradiso fiscale e appartengano quindi a società e non ad individui che non riesiedono, e quindi non arricchiscono, nel nostro paese non conta, perchè ripetiamo che l’obiettivo non è risanare il paese ma rinforzare il consenso. Sulla stessa linea la sovratassa ai Suv, altro simbolo più nostrano e urbano della presunta ricchezza, e naturalmente l’aumento delle aliquote fiscali sulle fasce di reddito più "ricche". Inutile dire anche qui che c’è una bella differenza tra 70 o 75 mila euro e cento e passa mila euro dei veri ricchi, che nulla hanno a che spartire con un lavoratore che guadagna poco più di 3000 euro mensili ma che è nella stessa fascia. La sinistra cavalca il populismo, il sentimento di invidia che nutrono i ceti meno abbienti, che la cultura italiana (di sinistra) ha reso sordi e ciechi alle possibilità del libero mercato, di una mentalità liberale che professa pari opportunità intese come messa a disposizione di strumenti per tutti per far meglio ed elevare la propria condizione economica e sociale. Se Briatore, ammesso che lo faccia, pagherà 50 mila euro in più di tasse, la maestra delle scuole elementari non ne beneficierà. Come potrebbe d’altra parte? Lo Stato investirà quel denaro guadagnato per lei? Anche se fosse, che tipo di benefici tangibili ci sarebbero? Se c’è la necessità di fare cassa certo non si possono aumentare gli stipendi dei lavoratori pubblici, nè tantomeno lasciar correre la spesa pubblica. Il paese è davvero spaccato, ma non solo in termini di voti elettorali, anche culturalmente. Elevatori contro livellatori, conservatori contro progessisti (però a parti invertite rispetto al pensare comune). In altre parole c’è una parte dell’Italia che si bea di questo giustizialismo economico, dei Robin Hood che rubano ai ricchi per dare ai poveri (salvo scoprirsi ricchi nella concezione prodiana di benestare, molto troppo allargata), del credere in una società che non dà oppurtunità ai bravi di far "carriera" ma tende a tener tutti in basso col minimo sforzo senza far emergere nessuno (come fa la scuola italiana); dall’altra ci sono quelli che, anche se invidiano i ricchi, vorrebbero arrivare anche loro a comprarsi la barca, a diventare dirigenti di una grande azienda, grandi professionisti e vorrebbero un Stato che non mette le catene alle loro ali, in nome del bene comune. Questa coalizione rappresenta le istanze del primo gruppo di cittadini, che la prassi poltica vuole che vengano condotti attraverso il populismo statalista, il collettivismo contro l’individualismo, il terzomondismo che ha il duplice effetto di spostare i problemi sui paesi più problematici e professare il controllo dello Stato anche morale come fonte di ricchezza. Questo gruppo non può che veder male il libero mercato, uno Stato minimo (per loro lo Stato è la mamma che si prende cura di loro e che non li responsabilizza), gli Stati Uniti quindi ad esempio, ma anche Berlusconi, cattivo soprattutto perchè ricco (e attenzione: è ricco perchè è corrotto, ma corruzione significa anche uscire dal sistema livellatore, guardando da altri punti di vista meno convenzionali). "Da ognuno in base alle proprie capacità, a ciascuno a seconda dei propri bisogni" diceva Marx, capostipite dei livellatori socio-economici, teorico dei paesi più poveri del mondo e grande populista (il suo "la religione è l’oppio dei popoli" non era pronunciato in apprezzabile senso razionalistico, bensì come esigenza di sostituire il populismo religioso con quello comunista). I liberali-liberisti sono stati attaccati, che reagiscano subito o sarà troppo tardi, non per tutti gli Italiani (quelli che hanno votato Prodi stanno bene così, sono felici di restare poveri e godere dei mali altrui), ma per chi come noi questa concezione di Stato e società non condivide, e non vuole trasferirsi negli USA, ma rendere migliore il proprio paese.


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