Uno spreco chiamato classe media


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Alcuni numeri per rendere meglio l’idea dell’incomprimibilità della spesa pubblica italiana: 144 miliardi di euro di costi del personale, 100 miliardi di spese per acquisto di beni e servizi. La Difesa, composta ormai da un esercito di soli professionisti, con immobili per un valore di almeno tre miliardi di euro vuoti ed inutilizzati a causa della riduzione del personale; le forze di polizia che contano su un organico di 559 agenti per ogni 100.000 abitanti, mentre in Francia e Gran Bretagna il rapporto è pari a circa la metà, e non risulta che quei paesi abbiano rilevanti problemi di sicurezza rispetto al nostro. La scuola, la linea del Piave della sinistra politica, sociale, sindacale ed ipercorporativa, ha un organico di insegnanti, per oltre la metà ultracinquantenni, che stanno in cattedra 100 ore in meno l’anno rispetto ai colleghi europei, oltre a contare classi più piccole della media europea. Ci sono oltre 120.000 docenti precari, con un turnover che in un quinquennio ne farà uscire altrettanti. Eppure, tentare di razionalizzare organici e spesa, portandoli gradualmente a convergere verso la leggendaria media europea, appare uno sforzo destinato ad essere frustrato alla radice.

Ciò malgrado, il ministro margheritino Fioroni si è pienamente adeguato ai diktat sindacali, riuscendo pure a sorprendersi per la bocciatura della scuola italiana da parte dell’Ocse: una scuola che non promuove la mobilità sociale verticale è, per definizione, una scuola ingiusta. Ma, secondo l’ineffabile Fioroni, essa è ingiusta non perché regno di parassitismi ipercorporativi e negazione radicale della meritocrazia, in un appiattimento deresponsabilizzante di matrice sovietica, bensì perché in essa lo stato avrebbe investito troppo poco su un non meglio identificato capitale umano.
Ancora: il sindacato vuole disponibilità aggiuntive per i contratti pubblici pari a quattro miliardi, il governo ne ha finora reperito uno. Rinnovi contrattuali rigorosamente sganciati dalla produttività. Eppure, ricordiamo ancora distintamente gli alti lai dei neoliberisti diessini e margheritini contro il rinnovo contrattuale concesso ai pubblici dipendenti dal governo Berlusconi, pari al 5.1 per cento in un biennio.

Il poderoso blocco di potere della sinistra negli enti locali ha generato dei modelli di municipalizzate onnivore e socialiste, che si occupano ormai di tutto, dagli aeroporti alle società di gestione di terme, informatica, pubblicità, alle multiutilities, che rappresentano altrettanti asset convenientemente cedibili sul mercato. Niet.

Nella Sanità, il capitolo di spesa più ideologizzabile, un lungo ed estenuante negoziato Stato-regioni ha prodotto risparmi per 3 miliardi di euro, che verranno obliterati dal fabbisogno extra per 6 miliardi in aggiunta al budget 2006, oltre al solito paio di miliardi di sforamento d’ordinanza, che si realizzerà in corso d’anno, e che verrà colmato dalle tasse locali, come dimostra il tempestivo sblocco delle addizionali Irpef da parte del governo Prodi. Le Asl delle regioni meridionali sono un inestinguibile serbatoio clientelare, con un’incidenza della spesa per il personale di molto superiore alla media nazionale. Nel Sud, il consumo medio di farmaci (per il 50 per cento gratuiti in virtù di un’estesa rete di esenzioni, che evidentemente fanno del nostro Mezzogiorno un’area ad elevato rischio sanitario-epidemiologico) è nettamente superiore a quello dei pazienti piemontesi e lombardi; malgrado una disponibilità di posti-letto ospedalieri mediamente doppia rispetto a quella del Nord, i viaggi della speranza sanitaria costano al sistema oltre un miliardo di euro l’anno. Ricordate Fassino e Rutelli? “Se passa la riforma costituzionale della CdL avremo venti sistemi sanitari regionali.


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