Intanto l’UE smentisce Prodi: embargo su armi rimane, Cina indietro sui diritti umani

Il bilancio politico degli incontri di Prodi con le massime autorità del regime di Pechino è chiaro. Via libera italiano alla fine dell’embargo sulla vendita di armi e via libera italiana alla politica di “una sola Cina”, cioè ai propositi di invasione militare di Taiwan (cioè della “Cina democratica” ) da parte della “Cina Comunista”.

Sui diritti umani e sulle libertà civili e religiose, sarebbe stato meglio che, a quel punto, Prodi avesse scelto la strada del silenzio, anziché quella di un esplicito appeasement condito di parole come “cooperazione e dialogo”, che non significano assolutamente nulla, poiché non contengono richieste precise e non comportano risposte concrete.

Fortunatamente, a stretto giro di posta, è intervenuto il portavoce della Commissione Europea, non solo per smentire l’abolizione dell’embargo sulle armi da parte dell’U.E, ma anche per affermare, a chiare lettere, che “i progressi della Cina in materia di diritti umani non sono ancora avvenuti”. D’altra parte, la cancelliera Angela Merkel, nella sua visita in Cina di pochi giorni fa, aveva ribadito la sua indisponibilità – a differenza del suo predecessore – a discutere la fine dell’embargo europeo nella fornitura di armi a Pechino.

Negli ultimi anni, come l’intera dissidenza cinese denuncia, la situazione delle libertà in Cina non è migliorata, bensì peggiorata innanzitutto perché alcuni paesi europei (in primis la Francia, e la Germania pre-Merkel di Schroeder) hanno scelto, per opportunismo miope, di offrire una sponda politica a Pechino, e di non isolarla politicamente, di fronte alle richieste di cambiamento avanzate a gran voce dall’amministrazione americana.

Prodi è l’ennesimo – anche se il più esibitamene “entusiasta”, e il più smaccatamente “complice” – politico italiano ed europeo che si presta a questo gioco pericoloso.

Avevamo chiesto a Prodi, con tutta la Cdl, un gesto concreto che facesse avvertire la centralità della questione dei diritti umani e delle libertà fondamentali alla leadership cinese, notoriamente del tutto indifferente alle evocazioni generiche: chiedere ufficialmente notizie di un simbolo della repressione, l’avvocato Gao Zhisheng. Il silenzio su Gao e sugli altri milioni di vittime attuali è esattamente quello che interessa al regime di Pechino.