Che state a FAO?

Di Floriana e Viviana Avellino

Forse non tutti sanno che nel 1996 i capi di stato di 186 paesi si sono incontrati a Roma in occasione del Vertice Mondiale sull’Alimentazione sottoscrivendo un piano d’azione per combattere la fame nel mondo e dimezzare il numero di persone denutrite entro il 2015. Dieci anni dopo il numero di persone che vanno a letto a stomaco vuoto è salito a 852 milioni, aumentando di 18 milioni rispetto agli 835 del ’96. Di questi il 98% risiede nei paesi in via di sviluppo, il 50% è costituito da piccoli agricoltori e il 70% da donne, vero punto di riferimento del nucleo familiare, essendo garanti della tradizione e della gestione della casa e della famiglia. In occasione della Revisione del Piano d’Azione che si terrà tra il 30 ottobre e il 4 novembre 2006 a Roma, Action Aid International (ONG impegnata nella lotta alle cause della povertà e dell’esclusione sociale) ha lanciato la campagna “Che state a FAO?”, attraverso la quale si propone di fare chiarezza sulle responsabilità dei governi, sugli impegni presi, le promesse non mantenute e i fallimenti della stessa FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione che ha il compito di sostenere le popolazioni più povere del mondo e dunque di farsi garante di fronte all’opinione pubblica degli impegni presi dai governi nei vertici internazionali). Lungi dal voler portare avanti un’azione di sola critica, AAI sarà presente a Roma per far sentire la sua voce. In particolare che cosa crede l’organizzazione? Innanzitutto che l’agricoltura sia il primo ambito in cui è necessario intervenire, poiché costituisce la fonte di sostentamento primaria dei paesi rurali del Sud del mondo; che essa non necessiti solo di risorse aggiuntive ma di nuove politiche agricole di cooperazione che si svincolino da un modello di monocoltura (introdotto dalle multinazionali in nome di una liberalizzazione tutt’altro che paritaria) e integrino invece conoscenze tradizionali e impegno innovativo mirati a preservare e sviluppare la biodiversità. Crede che sia fondamentale sostenere lo sviluppo dell’attività locale valorizzando il ruolo delle donne e dei giovani; che gli aiuti alimentari legati ai surplus produttivi dei paesi donatori influiscano negativamente sulla dieta e sui mercati delle popolazioni locali: immettere tonnellate di un alimento sul mercato locale a costo zero vuol dire sgretolare le potenzialità dell’economia del luogo. Crede infine che la scelta tra aiuti alimentari ed economici debba essere basata sulla conoscenza del mercato e delle riserve alimentari: laddove sia possibile reperire il cibo sul mercato locale o presso stati limitrofi sarebbe adeguato evitare forniture alimentari, investendo così in risorse finanziarie utilizzabili in progetti di lunga durata mirati a sviluppare l’indipendenza economica di questi paesi e la capacità di risolvere autonomamente future crisi. L’Italia in particolare, si trova all’ultima posizione nella classifica degli aiuti stanziati in favore della lotta alla fame nel mondo e si giustifica parlando della crisi economica del paese il quale, a fronte dello 0,33% del PIL da stanziare negli aiuti, ha raggiunto oggi solo lo 0,15%; il che rimanda più che a una reale mancanza di risorse, a una questione di priorità nel loro utilizzo. Basti pensare che il nostro paese investe 20 miliardi di dollari all’anno nel militare contro i soli due miliardi destinati alla lotta contro povertà. “Che state a FAO?” è dunque anche la domanda che AAI chiede a tutti gli italiani di rivolgere ai governi, ad esempio compilando e spedendo la cartolina cartacea o cliccando sul sito. Per ricordare che il cibo è un diritto; battersi per garantirlo a tutti non è questione di carità, ma di giustizia.


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