Nella “Stella che non c’è”, la crisi di un uomo e lo sfacelo della Cina

Di Gianfranco Cercone De Lucia

L’ultimo film di Gianni Amelio narra l’incontro fra un personaggio e un paese. Se si toglie il paese, o lo si mette in secondo piano, resta il ritratto, finemente introspettivo, di un uomo di mezza età che perde il lavoro; se invece si valorizza il paese a scapito del personaggio, resta un viaggio nella Cina contemporanea, che mostra – per la prima volta, a mia memoria – l’orrore della fabbriche dove anche i bambini sono impiegati come manodopera, di condomini popolari alti come grattacieli e stipati di uomini e cose fino a scoppiare; ma anche la bellezza di antichi villaggi (dove i figli, nati fuori dalle regole demografiche stabilite dal regime, possono essere mandati clandestinamente a crescere). Ma se anche ognuno di questi due poli potrebbe essere il centro di un film compiuto, la suggestione della “Stella che non c’è”, nasce proprio dal confronto fra il protagonista e la nazione che si trova ad attraversare. La ragione dichiarata che lo induce a mettersi in viaggio è quasi parodossale, ma la maestria dell’autore (e dell’attore principale: Sergio Castellitto) è tale, che lo spettatore difficilmente se ne meraviglierà, ci crederà senza troppi problemi. L’altoforno, di cui l’uomo era “manutentore”, venduto a imprenditori cinesi ed esportato in Cina, è affetto da un vizio di costruzione; ed egli si affanna a rintracciare i nuovi proprietari per consegnargli un pezzo di ricambio. Perché davvero lo fa, se non gliene viene nulla, e anzi nell’impresa perde tempo e denaro? Per rigore professionale; perché l’altoforno è stato per tanti anni al centro delle sue occupazioni, e non riesce a separarsene; perché fugge dalla propria solitudine. Come si vede, non ci viene fornita una motivazione univoca; così come, nella vita reale, difficilmente si possono spiegare in due parole le ragioni vere di certe scelte e decisioni. Certo, il protagonista, malgrado la fermezza del suo proposito, è un uomo in crisi. E la crisi, invece di sciogliersi o illimpidirsi nel corso del viaggio, sembra aggravarsi, quando la fabbrica che ospita l’altoforno si fa sempre più fantomatica e irrintracciabile; quando la gravità dei mali che affligono la Cina, danno all’uomo il senso della propria impotenza a porvi rimedio (anche soltanto nei confronti della persona che lo accompagna, una giovane interprete cinese, di cui egli forse si innamora); e rende vana, quasi ridicola, la sua missione. E’ emblematica l’immagine conclusiva: l’uomo siede a fianco della ragazza sul bordo di una ferrovia, che si stende su una prateria deserta. Un po’ meno di realismo, e saremmo nel mondo di “Uccellacci e uccellini” di Pasolini: anche lì luoghi spesso desertici, lunghe strade che conducono chissà dove, cartelli segnaletici surreali, individui – e forse l’umanità – che non hanno più idea della propria destinazione, ma continuano a camminare; qui, ad attendere un treno, che forse arriverà, forse no. Non ci si aspettino emozioni dirompenti guardando la “Stella che non c’è”; ma è uno di quei film, che dopo la visione, continuano ad agire sullo spettatore, grazie alla forza e alla sincerità del sentimento che lo permea per intero e gli dà coerenza.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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