La pioggia è finita, la porta si è chiusa

Di Valeria Manieri

Fuori piove e sto qui a chiedermi se quella riservatezza e il profondo dolore possano essere violati e disturbati da qualche parola. Ho acceso la televisione già alle 8 e 45, ma l’ho subito rispenta, perché è meglio ascoltare solo il rumore della pioggia. La pioggia, stanotte così incalzante, violenta e alle prime ore di questo 15 settembre quasi sopita, esprime un senso di vuoto, di resa, di muta e sorda tristezza. Lo stesso che abita in me. Avrei dovuto portare anche in questa casa i suoi libri, penso. Non so perché non l’ho fatto. Saranno ancora lì vicino al mio letto, ordinati, forse l’unica cosa ordinata di tutta la stanza. E Penelope, quella del libro è ancora nel cassetto, da dove ogni tanto mi mettevo a rileggere avidamente qualche riga. Quella reale, la Penelope vera, non aspetta, è uscita dalla camera e forse, senza accorgersene, è andata a fare la guerra. Una guerra che si presenta tutti i giorni, dove come giunchi vorremmo piegarci e invece siamo costretti a star dritti come piloni di cemento armato, giusto un poco flessibili per non romperci con i terremoti o con le scosse di assestamento. Una guerra che è il simbolo di mille guerre: di un mondo che vorrebbe essere cemento armato e invece è giunco e può spezzarsi, di vite che faticano a nascere e faticano a morire, dove tutto è difficile, dove il diritto è calpestato, la legalità schiacciata, la libertà offesa, le bandiere bruciate, le persone derise e umiliate, le storie infangate, dove le religioni sfioriscono per persone che si fanno esplodere e per altre che implodono su se stesse. Dove tutto è malattia che alla fine logora e dove tutto ci abbandona davvero non perché se ne andato, ma perchè non riusciamo a ricordare, a ragionare, ad ascoltare, a pensare. I sogni traditi, quanti sono? Tantissimi, questa mattina mi sembrano anche troppi. Mi viene da pensare da Gesù Cristo in poi. E anche tutte queste parole, questo citare libri che parlano di uomini, di donne, di guerre, d’amore, di vita, di una carriera lunghissima e importante, le frasi di circostanza, anche queste, stamattina, mi sembrano sogni traditi. Forse per questo se ne è andata, dopo aver gridato, urlato, inciso la sua rabbia su pagine, silenziosamente, come la pioggia di stamattina. Forse per questo ha atteso 5 anni e quattro giorni dopo l’11 settembre 2001 per andar via, chiudendo piano piano la porta, quando tutti dormono. Dormivamo tutti, o quasi. Dormiamo tutti, ancora. Non ci sveglia il baccano, le grida, ma ci turba una porta che si è chiusa lentamente, con incredibile premura. Non ci vuole ai suoi funerali, non vuole forse neppure queste parole. Vorrei non parlasse nessuno, che nessuno dicesse nulla sulla sua rabbia degli ultimi anni. Sulla forza di sempre, sulla spilla appuntita che era la sua penna e il tepore intenso che doveva avere una sua carezza. Soltanto immagini, istantanee: una ragazzina che legge i suoi libri vicino a una finestra e ne divora pagine e pagine in poche ore. Soltanto una intervista immaginaria a cui giocare spesso e che non si può fare più. Soltanto le parole che non escono e che non sarei riuscita a dire.
By Radioradicale – CC 2.5 Ita

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