L’istruzione che non può dare lezioni a nessuno

Di Valeria Manieri

Recentemente in un articolo apparso su La repubblica si parlava dei costi della dispersione scolastica. I ministri Fioroni e Padoa Schioppa hanno sottolineato che “Il fenomeno riguarda soprattutto le prime 4 classi e coinvolge circa 460mila studenti. Ogni alunno costa 6.518 dollari l’anno contro i 5.595 dei Paesi Ue. La dispersione brucia oltre 2 miliardi di euro.” Inorgoglisce che si siano accorti dei costi degli studenti, che, peraltro, poco sono responsabili di questa situazione se non per il loro scarso impegno negli studi certamente da riconsiderare, ma sarebbe forse giusto accennare al fatto che la spesa per studente si basa per lo più sul numero e lo stipendio dei professori. Stipendio certamente non confortante non per demeriti dei docenti, quanto per la strana concezione poco lungimirante del “di più è meglio”. Il dato sulla dispersione scolastica è in parte vero e in parte non va al cuore della questione: la spesa pubblica per la scuola e il costo per alunno è altissimo perchè in Italia ci sono troppi professori. A questo è da aggiungere che i nostri studenti secondo indagini Pisa e Ocse, non solo costano molto alle nostre casse ma sono davvero poco preparati in rapporto ai loro coetanei europei. A parte i pluribocciati e il tirare la cinghia occupandoci di dettagli e non di cause scatenanti, esiste qualcuno disposto a domandare che se ci costa tanto “questa” scuola, questo sistema insoddisfacente, se siamo così carenti nelle indagini, se i nostri ragazzi arrivano poco preparati e pronti alle università e nel mondo del lavoro già così difficile, sarà perché questi professori non sono poi così bravi e preparati? La mancanza di risorse e voglia di competere si perpetra e aggrava nell’università, un boia che attanaglia la nostra potenziale e migliore gioventù. Una migliore professionalità dei professori e un minor numero migliorerebbero il servizio della scuola pubblica, della formazione e del rendimento. Perché ci preoccupa tanto il dato sulla dispersione se esistono molti più soldi che vanno persi perché investiti senza ritorno di "capitale umano, risorse potenziali” di cui il nostro paese ha ESTREMAMENTE bisogno? Su questa strada si continua ad andare contromano: recentemente il Ministro Fioroni ha stabilito nuovi criteri di monitoraggio per gli istituti scolastici, optando per un controllo a campione, ovvero selezionando e ponendo test qualitativi soltanto a taluni istituti. Inutile specificare l’inutilità e la gravità di tale intenzione, dacchè ciò impigrirebbe ulteriormente la già inesistente competitività tra le diverse scuole, puntando semplicemente su rendite di posizione (da sempre destinate a fallire) e non su un miglior prodotto, anzi, il miglior prodotto che si possa vendere, l’istruzione. Ristabilire monitoraggi costanti e su tutti gli istituti scolastici, rendere obbligatorie la pubblicazione dei risultati delle scuole, permetterebbe ai cittadini di esercitare quel fondamentale diritto del conoscere per deliberare, anche nell’ambito dell’istruzione. Non più opinioni sulla qualità di un istituto, ma dati scientifici, tangibili e verificabili a disposizione di tutti per compiere la propria scelta al meglio e soprattutto poter pretendere il meglio. Non essendoci ad oggi una effettiva concorrenza tra istituti pubblici e privati, dovremmo “costringere” il pubblico a concorrere con se stesso. La competitività innalzerebbe la resa dei professori e degli studenti e costringerebbe gli istituti, se non altro per non rischiare di chiudere per mancanza di iscritti, a puntare finalmente sulla qualità della formazione e dei risultati ottenuti dai propri studenti. A meno che le cose in Italia non funzionino contrariamente a quanto accade nel resto del mondo, non si comprende perché infatti un genitore debba fare iscrivere il proprio figlio ad un liceo che non abbia requisiti minimi di standard qualitativi o perché lo stesso studente non possa pretendere l’eccellenza per sé stesso e per la scuola che frequenta, per i professori che egli stesso paga e che gli costano parte della pensione che da adulto non avrà mai. Perché dunque accontentarci di recuperare 2 miliardi, continuando a dare la mancia al boia, al boia di questo sistema di istruzione, di formazione che non solo non è continua, come si auspica nella disattesa strategia di Lisbona, ma che a volte non inizia affatto? Perché non porre questo, non solo come questione politica, economica, di taglio di sprechi, ma anche come questione generazionale? Perché i giovani dovrebbero investire in questa formazione, in questo sistema scolastico che già ipoteca la loro esistenza e gli costa la mancanza di ammortizzatori sociali, pensioni e vera competizione nel pubblico impiego? Questa è una istruzione pubblica, una maestra, che sa di non poter dare lezioni a nessuno.


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