W2W Intervista Emma Bonino – AUDIO

Manieri, Cicciomessere e Pammolli incontrano Emma Bonino alla vigilia della missione italiana in Cina

Presentazione temi e prospettive del gruppo di lavoro Welfare to work L’AFFITTO E LA SCOMMESSA Dalla libertà economica e le nuove scommesse su mercato del lavoro e formazione, all’attenzione per le fasce svantaggiate 1. L’Italia delle occasioni mancate e dei soldi sprecati La questione del precariato e della flessibilità, sta ultimamente conquistando centralità nell’agenda politica del nostro Paese, anche se su questi temi e in generale sull’economia, esistono enormi falle nella memoria storica che aprono voragini nel presente. Spesa pubblica come un pozzo senza fondo (o senza fondi, che dir si voglia), ministri dell’Economia che – comprensibilmente – non sanno da che parte iniziare per risanare il nostro debito. Troppe le spese e le difficoltà per rilanciare l’Italia nell’Unione Europea, pur con tutto il buon entusiasmo della nuova squadra di governo. Un’ Italia senza lode e non del tutto infamata, un paese che cerca di accelerare quando e come può e ogni tanto nella sua corsa rischia di azzopparsi, rischiando di rimanere fermo un altro giro. Ben auguranti sarebbero le parole del Ministro dell’Economia Padoa Schioppa nel suo libro “Europa una pazienza attiva”, quando parla di una Europa – e quindi, di riflesso, di una Italia – malinconica, non conscia del proprio potenziale e di un male che si concretizza in una depressione, in una svogliatezza grave, in una indisponibilità nel mettersi in gioco come altrettanto in discussione. Siamo depressi perché l’Europa è depressa? O piuttosto, l’Europa è depressa perché gli europei lo sono? In questo quadro generale non esaltante, dove tuttavia non troppo è da buttare, l’Italia non solo è depressa, ma s’è presa anche il morbo d’Alzheimer. Ricorda magari eventi passati, ma non quelli di una storia recente, accadimenti di ieri. Nelle falle della sua memoria non volge lo sguardo agli esperimenti ben riusciti di Blair in Inghilterra, o alla Danimarca e neppure ai suoi presidenti di qualche decennio or sono, come Einaudi. Non ricorda le gestioni fallimentari fintamente liberiste del precedente governo, ma neppure quelle degli interventi a pioggia, quelle che hanno fatto gonfiare a dismisura la spesa pubblica, con governi democristiani e di centro sinistra. Quelli dove “Più Stato c’è, meglio è. Più assistiamo meglio ci assisteranno ” Se non che abbiamo assistito, ma abbiamo investito sempre in settori di “non ritorno”. Vero è che la spesa per la sanità, le pensioni e l’invalidità impegnano il 94% del budget disponibile per il welfare, ma un migliore investimento sulle altri voci di spesa, come sulla formazione, l’istruzione, le politiche contro la disoccupazione, poteva certamente dare frutti migliori nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Se poco ve ne è di denaro da investire, non è detto che debba necessariamente essere elargito senza preoccuparsi del suo utilizzo e giustificando gli sprechi, anziché garantire efficienza e qualità dei servizi erogati ai cittadini. Di tagli alla spesa pubblica si parla sempre, ma nessuno ha avuto il coraggio di ridurre l’enorme e inutile massa di statali, dove ancora una volta gli stipendi per la scuola e la sanità rappresentano il 51% della torta e i troppi professori, mal pagati e non sempre altamente competenti e preparati, ci regala una istruzione che non punta sull’eccellenza, sull’efficienza, ma sull’occupazione di professori e banchi universitari. Per dirla in termini semplici, è come se lo Stato avesse speso denaro per un perenne affitto, e non in un mutuo conveniente e che mettesse nelle condizioni di poter avere presto o tardi qualcosa in mano. Torniamo alla questione centrale a proposito di welfare e di mercato del lavoro. Su questo argomento si è focalizzata la campagna elettorale, tra chi dichiarava falsità sulla legge Biagi e chi invece santificava l’occupazione cresciuta con il governo Berlusconi . 2. Nuove vie possibili: proposte contro la politica delle bugie E’ bene ad oggi presentare la “nostra offerta”, quella del gruppo welfare to work (radicale e socialista, liberale e liberista e con la rosa nel pugno): una iniziativa politica tanto difficile quanto coraggiosa che sta suscitando simpatie anche in ambienti accademici, come l’attenzione della fondazione CERM, Competitività, Regolazione, Mercati (www.cermlab.it) e la stretta collaborazione che con loro abbiamo avviato. Questo gruppo non pretende di avere verità in tasca, ma promuove un dibattito informato su temi che non possono né banalizzati e neppure di competenza esclusiva degli “esperti”, sottoponendo a tutti ciò che appare più ragionevole, partendo dal presupposto friedmaniano che nessun pasto è gratis e che l’Italia non può permettersi di fare riforme ad alto costo. Cerchiamo, in definitiva, di supportare con ricerche e dati, ma anche con proposte, il lavoro dei nostri rappresentanti politici. Il nostro Paese deve cambiare tendenza non mediante tagli del cuneo fiscale, improbabili e disincentivanti, bensì attraverso scelte davvero coraggiose. Ad oggi siamo, ad esempio, più d’accordo con il Professor Ichino che giudica fisiologica, nella media europea, la percentuale di lavoratori a tempo determinato che si registra in Italia. Dopo tutto questo parlare di politici ed esperti dell’ultima ora, non sempre conoscitori delle leggi e dei fenomeni sociali, riteniamo che Pietro Ichino abbia ragione quando propone, come Boeri, qualche forma di superamento dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, per rendere meno soffocante l’impossibilità di licenziare, almeno all’inizio dell’attività lavorativa, come è previsto per esempio in Germania. Non siamo certamente d’accordo con Epifani e il partito del presidente della Camera che di tanto in tanto tornano alla carica proponendo l’abrogazione della legge Biagi sulla base di considerazioni di tipo ideologico estranee, fra l’altro, agli interessi dei lavoratori: piuttosto troviamo ragionevoli le idee del neosegretario della Cisl, che propone più flessibilità in cambio di maggiori tutele ai disoccupati e salari più alti. 3. Il nostro sorpasso a sinistra Il secondo punto, quello degli stipendi dei lavoratori italiani che sono fra i più bassi in tutta Europa, viene completamente rimosso in qualsiasi dibattito, anche a sinistra. Proviamo a “sorpassarli” a sinistra: in una prospettiva europea, è difficile pensare che con l’entrata dell’euro, che ha allineato di molto i prezzi in tutta l’Europa, l’Italia possa avere un costo del lavoro vicino solo a quello della Grecia e del Portogallo, inferiore di 9.000 euro a quello della Francia e di 14.000 euro a quello della Germania (lo dice l’ultimo rapporto annuale dell’Istat). E tocchiamo anche un tasto dolente per lavoratori e sindacati: le forme contrattuali previste dalla tanto deprecata Legge Biagi. Come mai si dimentica che una parte consistente dei lavoratori impiegati nei call center sono, per la stessa legge Biagi come ha riconosciuto il ministro Damiano con la sua circolare, lavoratori in una condizione di sostanziale illegalità? Che il contratto di co.co.pro, il contratto a progetto di cui molto si parla, prevede per il lavoratore la possibilità di predeterminare l’intensità e le modalità della sua prestazione, di gestire in autonomia e discrezionalmente i tempi di lavoro e che queste condizioni difficilmente si realizzano nei call center, dove gli operatori si limitano a rispondere, per un orario determinato, a telefonate che vengono ripartite automaticamente? E’ piuttosto strano che un sindacato, tanto attento a contestare una legge, si dimentichi di garantire i diritti dei lavoratori solo perché per farlo avrebbe dovuto applicare proprio la legge tanto detestata. Ma questo è l’alzheimer di cui sopra, le voragini e le inc
ongruenze persino di chi in teoria dovrebbe fare gli interessi dei lavoratori. 4. Taglio del costo del lavoro o aumento della produttività? Da queste premesse occorre trovare una sintesi che sia chiara e comprensibile per tutti: i sacrifici non possono essere pagati solo dai lavoratori e la competitività delle imprese non può essere aumentata con il taglio del costo del lavoro ma con l’aumento della produttività. Forse troppo semplice come indicazione, ma la spiegazione è del tutto ragionevole e per nulla buonista: le imprese vanno sollecitate, poiché, ad oggi, non hanno alcuno stimolo ad aumentare la produttività (vero nodo centrale per il rilancio della nostra economia) attraverso l’innovazione e la ricerca se il salario dei lavoratori è così basso. Ma non si può pensare di aumentare il salario se non cambiano le regole delle relazioni industriali, se non viene sciolto il cappio del contratto collettivo nazionale che, non potendo essere derogato e dovendo spalmare gli aumenti su tutti in lavoratori, a prescindere dalla produttività o dal costo della vita, impedisce di contrattare retribuzioni più favorevoli a livello aziendale, magari legando una parte del salario ai risultati dell’impresa. Di conseguenza l’obiettivo del taglio del cuneo fiscale e contributivo convince davvero poco, poiché premierebbe proprio quelle aziende non innovative, a forte intensità di lavoro. Non siamo i soli a pensarlo, lo dice ancora una volta l’ultimo rapporto Istat: questa misura rischia di fornire un disincentivo all’innovazione e al passaggio verso tecnologie più capital intensive e, in assenza di meccanismi di selezione virtuosa, premierebbe sostanzialmente le imprese meno produttive. Ancora, recentemente il CER ha messo in evidenza i pro e i contro del taglio del cuneo fiscale e contributivo. Pur essendo l’istituto formalmente d’accordo sulla riduzione del cuneo, ha fatto luce su diverse questioni di non poco conto. Una delle ripercussioni del taglio dei famosi 5 punti del cuneo prospettata dal governo Prodi e non ancora chiarita, produrrebbe secondo l’istituto, con una traslazione dei minori costi ottenuti dalle aziende sulle buste paga, un impulso alla crescita economica non così elevato. Infatti se almeno la metà dei contributi fosse tramutata in paga, il Pil crescerebbe solo dello 0,6 per cento. 5. Liberalizzazioni per migliorare le condizioni di vita Non bisogna dimenticare che il miglioramento delle condizioni di vita dei consumatori, soprattutto delle fasce più povere, si realizza non solo con gli aumenti salariali, ma con la riduzione dei costi dei servizi e quindi con le effettive liberalizzazioni e l’abolizione delle rendite monopolistiche. Il nuovo governatore Draghi, dopo aver liquidato la questione della riduzione del cuneo fiscale affermando che il suo costo non è compatibile con i limiti di bilancio, ha ricordato pochi giorni fa che innanzitutto i consumatori sono penalizzati dalla frammentazione nel commercio, dagli ostacoli posti a livello regionale all’apertura di grandi magazzini. In questa direzione si muove il manifesto-appello di Daniele Capezzone che rilancia con forza il tema delle riforme strutturali, della concorrenza e delle liberalizzazioni: è uno strumento prezioso che il nostro gruppo sosterrà e utilizzerà nella sua iniziativa politica. 6. I due mercati del lavoro made in Italy Ad oggi si sente spesso parlare di Italia e di “mercato del lavoro”. E’ bene fare qualche precisazione in proposito. In Italia non esiste un unico mercato del lavoro, ma ne esistono due, così come esistono due Italie che prospettano scenari e quindi soluzioni radicalmente differenti: il Nord, con tassi di disoccupazione solo fisiologici e con una domanda di lavoro che stenta a incontrarsi con l’offerta, il Sud con tassi di disoccupazione che superano il 20% e un’offerta di lavoro senza sbocchi, se si escludono quelli dell’amministrazione pubblica, delle occupazioni sussidiate e del lavoro nero. Nel secondo mercato le politiche di W2W risultano problematiche, mancando il presupposto della possibilità di offrire ai disoccupati, anche dopo interventi di orientamento e formativi, sbocchi occupazionali. La soluzione più ovvia sarebbe quella di aumentare la competitività del Sud, che dispone di eccellenti risorse umane, e la sua capacità di attrarre investimenti, con una politica salariale ancorata al reale costo della vita. Tuttavia il contratto nazionale è intoccabile e ogni ipotesi di deroga è accolta come una bestemmia:: fino ad ora hanno ritenuto che sia meglio la disoccupazione e il sottosviluppo. Noi, non ne siamo affatto convinti. 7. Cosa aspettate per intervenire? Nel portale www.welfaretowork.biz questi temi vengono approfonditi nelle rubriche informative, nei commenti, nella presentazione delle ricerche, nella segnalazione di articoli e libri e nelle discussioni, anche vivaci, che si svolgono nel blog. E’ sicuramente un fatto positivo che tante persone, non iscritte alle nostre organizzazioni, intervengano sui temi che proponiamo. Sappiamo, infatti, le la rosa nel pugno potrà nascere solo se saprà attirare e aggregare risorse nuove, diverse da quelle dei promotori. Ma cosa aspettano i radicali e i socialisti della rosa nel pugno per sfruttare questa occasione e per intervenire portando il contributo della loro esperienza? A cura di Valeria Manieri
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