In “Lettere dal Sahara”, la sapienza di un maestro defilato del cinema italiano

Di Gianfranco Cercone De Lucia

La particolarità più evidente dell’ultimo film di Vittorio De Seta (un defilato “maestro” del cinema italiano: fra i suoi pochi film, “Un uomo a metà”, del 1966, che dall’ostilità di gran parte della critica italiana, fu difeso con passione anche da Pasolini e da Moravia; o “Diario di un maestro”, un film per la tv del 1972, interpretato da veri ragazzi della periferia romana, accolto all’epoca come un “caso”), è di essere un connubio fra un documentario e un film di finzione. Certo, la vicenda di Assane – uno studente senegalese immigrato in Italia, scampato al naufragio dopo essere stato gettato in mare dagli scafisti, dedito ai lavori grami e precari, che siamo abituati ad associare agli immigrati; poi regolarizzato e integrato grazie alla solidarietà di un’associazione di volontari; e poi, vittima di una violenta aggressione razzista, risospinto provvisoriamente nel Senegal – tutta questa vicenda, dicevo, è stata pensata e scritta da De Seta, affidata a un attore di colore, e via via messa in scena, presumibilmente, più o meno, come un tradizionale film di finzione. Ma allo stesso tempo, il carattere rigorosamente “medio” degli eventi (la vicenda doveva sembrarci equivalente a tante altre vicende di immigrazione in Italia), l’impressione di autenticità degli ambienti e di tutti i personaggi – come fosse materiale grezzo prelevato tale e quale dalla realtà; l’assenza di artifici romanzeschi, come gli effetti di suspense; tutto ciò, mira a creare l’illusione di un documento; quasi che una macchina da presa si sia incollata dietro un vero immigrato, per mostrarci dall’esterno una selezione di quel che gli capita, dopo lo sbarco, in giro per l’Italia. Ma se il film di De Seta fosse tutto qui, avremmo un’opera forse utile di informazione, ma priva di calore, probabilmente grigia e monotona. E invece, la sapienza dell’autore, è che senza mai contraddire questa impostazione di falso documentario, inserisce pagine, spoglie, ma in cui personaggi e situazioni prendono vita. Si veda per esempio l’episodio dell’accoglienza che riserva ad Assane, la cugina da tempo immigrata in Italia, e ora affermata modella: è, la sua, una figura che ha i connotati di una femminilità allo stesso tempo antica e moderna, e che ci resta nella memoria con la fisionomia di un vero personaggio; o si vedano i momenti in cui Assane si rapporto con intuito e sensibilità, terapeuticamente, al fratello malato di mente di una ragazza italiana che lo accoglie in casa. Lo stesso protagonista, che all’inizio ha la neutralità di un “campione” del fenomeno dell’immigrazione in Italia, “uno dei tanti”, privo di caratterizzazioni psicologiche, attraverso il suo comportamento e le sue scelte – come l’intransigenza con cui rifiuta lavori e sistemazioni che giudica mortificanti; o, sgradevolmente, rifugge l’ospitalità della cugina, quando scopre che convive con un uomo, contro i precetti della religione islamica – se anche non acquista l’impronta individuale di un personaggio, ci diventa via via sempre meno estraneo, come se imparassimo a conoscerlo nel tempo. Può disturbarci il sermone conclusivo del maestro di Assane in Senegal, con cui De Seta sembra dirci che nei poveri villaggi dell’Africa sopravvivono valori di solidarietà che nel ricco Occidente sono dispersi, a causa della corruzione morale esercita dal denaro. Ma il resto del film ci mostra una realtà più contraddittoria, obbedendo al principio, che fu già di Rossellini, di mostrare e indagare la realtà, senza voler dimostrare nulla.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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