Decreto Bersani-Visco: Della Vedova, Banalizzato il concetto stesso di liberalizzazione, come testimonia la vicenda taxi

Siamo di fronte a due decreti in uno: un decreto Visco sul fisco e uno Bersani sulle liberalizzazioni. Meglio sarebbe stato se fossero stati due provvedimenti distinti e meglio se, quantomeno per la parte di competenza del Ministro Bersani, non si fosse fatto impropriamente ricorso alla decretazione di urgenza.
Il combinato disposto del ricorso al decreto e al voto di fiducia – almeno al Senato – cui una maggioranza debole nei numeri, certo, ma evidentemente debole anche dal punto di vista della coesione politica, sembra voler fare ricorso con sistematicità, rischia di realizzare “de facto” quella fine del bicameralismo perfetto che non è stato possibile superare “de iure” per l’improvvida – quanto improvvida lo vediamo e lo vedremo – bocciatura referendaria della riforma costituzionale.

In questo contesto l’esame che stiamo conducendo alla Camera del Decreto avviene più in sede convegnistica che legislativa. Anche perché il Ministro Bersani ci ha leamente spiegato in Commissione che per il Governo in provvedimento “va bene così com’è”. Provvedimento blindato, dunque.
La fiducia è la fiducia, certo, e anche il precedente Governo vi ha fatto ricorso in numerose occasioni.
Ma la fiducia può essere un segno di forza – quando si vuole compattare la maggioranza su un provvedimento frutto di un accordo politico – o di debolezza – quando dalla maggioranza si vuole invece prescindere perché non c’è un accordo. In questo caso la fiducia è la certificazione della debolezza di un esecutivo sostenuto da una coalizione in cui il peso della sinistra massimalista e conservatrice contrasta e depotenzia i proclami “riformisti”. In queste condizioni la fiducia è l’unico strumento rimasto a Prodi – e non sono passati neppure tre mesi – per cercare di Governare prescindendo dalla maggioranza parlamentare.
Con buona pace, anche qui, di tutta la retorica spesa nella campagna referendaria dal centrosinistra tutto circa presunte “dittature del Premier” e a difesa della “repubblica parlamentare”. Sono sempre stato e resto convinto della necessità di un Governo forte cui la Costituzione ed il parlamento riconoscano ampia autonomia, anche legislativa. Ma da liberale e difensore dello Stato di diritto penso che le riforme, in un paese come il nostro che si fonda sulla costituzione scritta e non sulla prassi, debbano essere il frutto delle scelte normative e non della politica dei fatti compiuti.
Ma torniamo al provvedimento di cui stiamo discutendo. Ho ascoltato in commissione il Ministro Bersani tentare di giustificare la evidente disomogeneità del provvedimento, sostenendo che l’evasione fiscale ostacola la concorrenza e quindi si tratterebbe comunque di interventi in qualche modo convergenti su di un medesimo obiettivo.
Ma non è così. Certo, l’evasione fiscale e contributiva, laddove viene praticata, altera la concorrenza tra le imprese a discapito dei contribuenti scrupolosi.
Ma che l’evasione nasca “esclusivamente” dall’abitudine di molti a non pagare le tasse è la ragione per cui il centrosinistra pensa che essa vada combattuta esclusivamente attraverso misure che potremmo definire – senza iperboli – di polizia fiscale, misure che tendano a controllare – a spiare – gli imprenditori e perfino i singoli contribuenti, che aumentino gli adempimenti ed il carico burocratico, che violino la privacy, che generino un clima di sfiducia e conflitto permanente tra il fisco ed i contribuenti.

Che l’evasione fiscale possa essere anche la spia di un eccessivo peso dello Stato, delle sue regole e dei suoi balzelli, sull’attività economica non è tema che sembra preso in considerazione dal Governo di centrosinistra e dal viceministro Visco.
Si dà al fisco il potere di indagare ogni aspetto della vita di imprenditori e contribuenti, ma non si pensa che l’evasione fiscale potrebbe essere meglio combattuta mediante una semplificazione degli adempimenti, la ricerca di un rapporto amichevole tra fisco e contribuente, una riduzione del carico fiscale complessivo e l’introduzione del contrasto di interessi tra i contraenti.
Bene – cioè, male: le misure di questo decreto sottopongono l’attività economica all’ipoteca statalista, in contrasto con l’affermazione piena della libertà e con la creazione di un ambiente favorevole all’imprenditorialità, in particolare quella individuale.

Il cittadino-consumatore che dovrebbe beneficiare della liberalizzazione dei taxi – poi ci verremo – o della parziale liberalizzazione della vendita dei farmaci senza ricetta, come si troverà di fronte alle misure vessatorie, ad esempio, sull’apertura delle partite iva? O di fronte all’obbligo di pagare con strumenti telematici o assegni, per la felicità delle banche, qualsiasi compenso che superi i cento euro. Qualcuno si è chiesto come faranno, ad esempio, gli extracomunitari?
La visione complessiva che emerge da questo provvedimento nel suo insieme, e spiace dirlo, non pare orientata al mercato e alla libertà economica, quanto ad un controllo pervasivo dell’attività economica che potrebbe essere utilizzata – al di là dei dinieghi di facciata – per un ulteriore inasprimento fiscale nonché, per capirci, per un’imposizione patrimoniale, come richiesto da una parte consistente della coalizione.
Non voglio sottrarmi ad un giudizio specifico circa gli interventi di liberalizzazione. Per chi, come chi parla, ha sempre sostenuto la necessità di liberalizzare i mercati in Italia ed in Europa, di svincolarli da ipoteche stataliste e corporative, quella delle liberalizzazioni è una sfida alla quale non ci si può sottrarre con qualche slogan.
Il Ministro Bersani, forte di uno straordinario sostegno della stampa dell’establishment economico finanziario – il che non è ovviamente una colpa – ha aperto una discussione salutare, affrontando esplicitamente il tema della “liberalizzazione dei settori produttivi”, a partire da alcuni settori di forte valenza simbolica, come i taxi e le farmacie.
Su questo, io penso che un centrodestra liberale non debba giocare in difesa, ma casomai andare all’attacco. Del resto, l’obiezione secondo cui il centrodestra – nei cinque anni di governo – non abbia saputo accelerare su questi temi, è fondata storicamente, ma sul piano politico appare piuttosto debole.
Il centrodestra, infatti, ha affrontato uno dei nodi strutturali più rilevanti, in fatto di rigidità e di corporativismo, per l’economia italiana: il mercato del lavoro. La liberalizzazione del mercato del lavoro attuata con la riforma Biagi costituisce un risultato assai più importante di quanto messo oggi in cantiere dal centrosinistra.
E se i tanti che nella sinistra oggi plaudono a Bersani non avessero dato sfogo alla peggiore demagogia antimercato, assistenzialista e corporativa parlando di barbarie a proposito dell’abolizione dell’articolo 18 e la sua sostituzione con meccanismi intelligenti di sostegno generalizzato al reddito dei disoccupati, oggi avremmo un mercato del lavoro più libero e competitivo, in grado di favorire la competitività delle nostre imprese.
Il Governo ha scelto di partire, per capirci, dalle indicazioni del prof. Giavazzi – cui esprimo la mia solidarietà per gli indecenti attacchi dei taxisti milanesi – ma fa orecchie da mercante rispetto ad un altro editorialista del Corriere, Pietro Ichino, che non si stanca di indicare le necessità di liberalizzazione del mercato del lavoro italiano.

Un nodo strutturale che andrebbe affrontato con la stessa energia – e magari migliori risultati – dei taxi o delle farmacie, è quello dei rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione, magari a partire dalla scuola.
Ma tornando a Bersani, il dibattito che le misure hanno suscitato è stato indubbiamente positivo. Ma, e non per faziosità preconcetta, va detto che il risultato finale, anche dal punto di vista culturale, non è stato buono.
Se si usa il termine liberalizzazioni per qualificare misure di portata ridotta o molto diverse da una liberalizzazione, non solo si perde un’occasione importante, ma si arreca un danno, perché si banalizza il concetto stesso di liberalizzazione. A maggior ragione se alla fine si fa marcia indietro rispetto alla reazione di una corporazione, indicando in una mera razionalizzazione dell’esistente un obiettivo strategico.
La vicenda emblematica è quella dei taxi. Chi parla è da sempre fautore di una liberalizzazione delle licenze, che (con la massima attenzione a risarcire chi su una licenza ha, seppur impropriamente, investito) ampli il numero di taxisti, con la finalità di ampliare il più possibile il ricorso all’utilizzo delle auto pubbliche.
Bene, proprio sui taxi il Governo ha giocato la partita principale. E proprio sui taxi, a mio avviso, si è consumata una sconfitta del governo ma soprattutto della cultura e della effettività del processo di liberalizzazione. Non vi è stata alcuna liberalizzazione, men che meno delle licenze. L’esercizio dell’attività di taxista resterà chiusa in una solida gabbia corporativa.
Dalla lettura delle norme vigenti e di quelle Bersani, si ha l’evidenza che l’accordo stipulato da Bersani e dalle associazioni dei tassisti è davvero poca cosa.
La gran parte delle misure previste dalla nuova formulazione dell’art. 6 del Decreto non aggiungono nulla a quanto Regioni e Comuni potessero già fare in base alle disposizioni della L. 21/92 (secondo la quale le Regioni hanno competenza sulla programmazione, sui criteri generali cui i regolamenti comunali devono attenersi, mentre i Comuni stabiliscono i criteri per la tariffazione, le modalità del servizio, i requisiti per il rilascio delle licenze, etc.).
L’aumento dei turni di servizio, ad esempio, concordato da Bersani con i tassisti (e considerato come il massimo successo della trattativa) era ed è una misura che le Regioni e i Comuni stessi potevano intraprendere nel rispetto della normativa pre-esistente!
L’unica disposizione che deroga la L. 21/92 sembra essere quella che permette ai titolari di licenza di avvalersi di sostituti alla guida per l’espletamento del servizio integrativo (ossia, i turni in più) e non solo – come prevedeva in passato la norma – per i periodi di ferie, malattia, etc. Davvero poca cosa, insomma.
Anzi, da un certo punto di vista, l’accordo è di stampo corporativo: se in passato una Regione ed un Comune “coraggiosi” potevano intraprendere la strada dell’aumento delle licenze per aumentare l’offerta, oggi, dopo l’accordo tra Governo e taxisti, non si potrà che percorrere anzitutto la strada dell’aumento dei turni per gli stessi taxi (che faranno lavorare i parenti).
La formulazione originaria del decreto aveva il vantaggio di derogare al divieto di cumulo delle licenze e di attribuire direttamente ai Comuni la possibilità di concedere nuove licenze, in deroga alla programmazione numerica della Regione.
Con la nuova formulazione, viene ristabilito il divieto di cumulo delle licenze e vi è una più mitigata possibilità per i Comuni di concedere nuove licenze (“ove la programmazione numerica manchi o non sia ritenuta idonea dal Comune ad assicurare un livello di offerta adeguato”).
Ma anche su questo punto, è interessante leggere quello che ha dichiarato il portavoce di Confartigianato Taxi, Fabio Parigi:
“L’unico punto di perplessità riguarda il principio del “bando straordinario fuori programmazione”. Tuttavia il ministro ci ha rassicurato sul fatto che si tratta di una ipotesi riferita ad un ambito circoscritto e ad eventi eccezionali.”
E poi parlano di pareggio, ahinoi… E’ questa la soluzione “chiesta” dall’Antitrust? Dov’è l’aumento della concorrenza?
Le altre misure che la nuova norma prevede – mi riferisco alle tariffe fisse per aeroporti ed altre destinazioni particolari, possibilità di aumentare il servizio in situazioni eccezionali, tavoli di mediazione con la categoria – non sono né novità, né deroghe alla vecchia legge. Si potevano fare prima e si potranno fare adesso.
Se infatti si analizza il nuovo testo da un punto di vista tecnico-giuridico, viene anche il dubbio che non si tratti di disposizioni normative ma di semplici dichiarazioni di principio che riaffermano le prerogative dei Comuni di sperimentare forme innovative di servizio.
Tutte cose che i Comuni potevano già fare prima! Non valeva davvero la pena di tirare in ballo le liberalizzazioni per mostrare che, in fondo, non sono necessarie.
Il caso di Roma è oltre modo significativo: l’accordo che Veltroini ha raggiunto con i tassisti – sbandierato ai quattro venti – ha beneficiato del decreto come “vincolo esterno” – come è stato detto – oru prevedendo misure che il Comune avrebbe potuto intraprendere anche prima.
Come aveva tentato di fare, in effetti: è del 2001 un protocollo d’intesa tra Comune e associazioni di categoria con il quale le due parti si impegnavano ad intraprendere azioni per un aumento dell’offerta del servizio.
Insomma, ora si è semplicemente fatto quello che nel 2001 ci si era ripromesso di fare…
Quest’aumento di turni è ciò che Veltroni chiama “2500 taxi in più”, mentre per “450 nuove licenze” si intendono le licenze che il Comune di Roma metterà a bando nei prossimi mesi.
Anche questa non è una novità permessa dalle norme di Bersani, si sa. Si tratta di due bandi di gara indetti nell’agosto del 2005 e che erano stati bloccati da una marea di ricorsi delle associazioni di categoria.
Con il nuovo clima, i taxisti ritireranno i ricorsi e permetteranno – forse – lo svolgimento di questi concorsi.
Anzi, si può dire che l’accordo raggiunto da Veltroni è ben al di sotto delle aspettative del protocollo del 2001, che introduce meccanismi di taxi sharing ed altri sistemi di incentivazione del servizio.
Del resto, e per concludere sul punto, l’art. 1 di un altro protocollo firmato nel 2004 tra il Comune di Roma e i taxisti:
“L’Amministrazione Comunale, in merito alle ipotesi di riforma del settore del trasporto pubblico non di linea avanzate dall’Antitrust e dall’Agenzia per il controllo e la qualità dei Servizi Pubblici del Comune di Roma, ribadisce la propria contrarietà alle proposte di liberalizzazione del settore emerse, formalizzando tale contrarietà con apposito atto di giunta.”


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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