Tra Pristina e Mitrovica, la città col muro invisibile

Di Paolo Tatti

Il 5 giugno mi trovavo a Skopje, per osservare le elezioni parlamentari che dovrebbero legittimare la Macedonia come pienamente degna di entrare a far parte di Nato e Ue. Tra gli altri membri della missione c’è Emiel, ventunenne olandese, studente di giornalismo, che come me ha l’idea di esplorare il Kosovo di oggi, a sette anni dalla guerra. Gli amici macedoni ci consigliano di cambiare programma, il taxista che ci porta alla stazione fa una faccia indescrivibile quando sente che andiamo a Pristina e i controllori del treno sul quale saliamo ci avvisano, quasi stessimo sbagliando, che il treno e’ diretto in Kosovo. In realtà non è pericoloso ma non è un luogo in cui avventurarvisi senza accortezza: qualche settimana fa una coppia di turisti inglesi in visita a Belgrado decise di recarvisi e affittò una macchina nella capitale. Non appena entrarono nel nord del Kosovo si ritrovarono in un villaggio albanese nel bel mezzo di una festa di matrimonio e la gente iniziò a spararli sopra, avevano una targa serba. La Pristina che ho visitato è oggi diversa da quella che ho conosciuto attraverso le corrispondenze di Antonio Russo. Le strade ora non sono deserte ma pullulano di venditori di sigarette, di studenti, donne, bambini e soprattutto di fuoristrada targati UN. Ho trovato alloggio a Velanja, nella strada parallela alla casa bianca di Rugova. Sono emozionato a pensare che è a due passi da dove abitava Antonio durante quei terribili giorni di sette anni fa. Passeggio e penso a quante volte lui sarà passato di qua, voglio scovarne le sue tracce, vado nell’abitazione di Rugova e con la scusa di scattare due fotografie riesco ad entrare nel suo giardino. Dico alla guardia che sono italiano come quel giornalista che viveva qui durante l’assedio. Immediatamente lui capisce e mi chiede perché è stato ucciso in Iraq. Gli dico che l’hanno ucciso in Cecenia, stava raccontando un’altra guerra. Ho l’impressione che il ricordo di Antonio in città sia come quello di una leggenda: la sera bevendo la birra con un ragazzo kosovaro provo ad accennare la sua storia e subito mi dice che sa di quell’ultimo giornalista rimasto a vivere con gli assediati. Mi chiede i dettagli della sua fuga a Skopje e della sua morte in Georgia. A Pristina tante cose sono cambiate oggi: le case bruciate sono state risistemate, tanti nuovi negozi hanno aperto e la notte è piena di vita. I segni ancora visibili della guerra sono pochi: uno è la Chiesa ortodossa nel giardino dell’Università, devastata e riempita di scritte oscene. Ora nessun fedele ci entra più, è recintata col filo spinato e i rovi vi possono crescere in pace. Un altro ricordo di guerra si trova tra lo stadio e il quartier generale dell’Onu, è il palazzone della polizia serba distrutto dai bombardamenti della Nato, è stato lasciato così, quasi a monito. Ma Pristina è diversa dal resto del Kosovo, lasciando la città con vecchio minibus Volkswagen ce ne rendiamo subito conto: il paesaggio che ci scorre sulla strada si riempie di militari del Kfor (invisibili nella capitale), di case bruciate, di cimiteri abbandonati, di vecchi check point e di carcasse di auto abbandonate. Siamo diretti a Mitrovica, una città che fa piangere, l’unica in cui convivono, separati, due popoli che si odiano a morte, che non possono non odiarsi dopo quello che è successo. Qui sono iniziati scontri del Marzo 2004, quando, a seguito della presunta uccisione di due bambini albanesi vi furono manifestazioni violente, scontri e roghi di monasteri ai quali i peacekeeper stranieri assistettero impotenti. La città è tagliata dal fiume Ibar, una sorta di confine tra due Stati: dopo la guerra le due etnie si sono divise, a nord la piccola zona serba coi grigi blocchi comunisti rimasti dai tempi di Tito e a sud la vivace parte albanese ricca di bazar. Dopo il ’99 quasi nessuno osa attraversare il ponte e chi viveva nella parte nemica ha lasciato le case, subito bruciate. Pure la bellissima basilica ortodossa ha dovuto chiudere baracca, ora è lì, recintata, violentata, sventrata. L’UNMIK ne ha costruita un’altra sulla collina a nord, a malavoglia: fino al 2004 avrebbe voluto che i serbi andassero a sud. Irrealistico. Qui non è come a Mostar, città divisa da una guerra devastante, ma oggi riconciliata nell’apparenza. La sua popolazione ha ricominciato a lavorare (grazie anche a un buon indotto turistico), a ricostruirsi la vita, a fingere di non odiare, di non essere stata su due trincee. A Mitrovica la trincea vi è ancora, nessuna osa attraversarla e serve a regalare una calma apparente che nasconda l’orrore quotidiano. La trincea chiamata fiume Ibar è tagliata dal ponte principale che fino all’anno scorso era chiuso a seguito dei disordini del 2004. Ora è aperto 24 ore su 24 sotto l’occhio vigile dei peacekeepers francesi e dei servizi segreti di Belgrado che dal palazzo di fronte fotografano chiunque lo attraversi. Al nostro arrivo in città ci aspettano Alexander and Milos, saranno le nostre guide nella parte serba. All’arrivo capisco immediatamente da che parte sono: uno scolorito poster di Milosevic campeggia nel primo negozio di scarpe che incontriamo. In Yugoslavia ognuno ti racconta la propria versione della storia, sono sempre gli altri i cattivi, i terroristi. I nostri amici ci raccontano quanto sia preoccupante l’avanzata del fondamentalismo islamico tra gli albanesi, che Al Qaeda opera pure in Kosovo e che ora sono apparsi pure i “barbuti” a libro paga di Ryad. Un uomo croato a Mostar, la settimana successiva mi dirà lo stesso dei musulmani di Bosnia. In Kosovo, vi è pure un’altra minoranza, sono i Rom, stanziati qui da secoli e cacciati dalle proprie case dagli estremisti albanesi accusati di collaborazionismo col regime di Milosevic. Tanti sono fuggiti nei paesi limitrofi, alcuni vivono nelle baraccopoli messe a disposizione dall’Onu. A Mitrovice vivevano a sud, ora stanno in una ex-caserma francese nella parte settentrionale. Chiediamo di entrare ma dicono che gli unici stranieri graditi devono avere il tesserino della CNN. La via della riconciliazione in Kosovo è ancora lontana, qualsiasi sarà il futuro status del Kosovo, indipendente o provincia autonoma, esso non potrà darsi istituzioni unitarie fino a quando i popoli che la abitano non inizieranno a rivolgersi la parola. I serbi hanno boicottato le ultime elezioni e di fatto continuano a vivere sotto le istituzioni di Belgrado: hanno targa, passaporto, moneta, e cellulare serbo (dai quali è impossibile chiamare i numeri albanesi che usano una sim-cards di Monaco). E’ chiaro che con questa volontà di aparthaid la regione non potrà avere un futuro, soprattutto nelle zone miste. Questo è anche il risultato delle politiche delle istituzioni internazionali che hanno usato i fondi per ricostruire case e infrastrutture e non per creare lavoro, vero problema da quelle parti. Non solo perché il tasso di disoccupazione è altissimo ma perché fino a quando il mosaico di popoli che vi abitano (serbi, albanesi, rom, turchi e bosniaks) non lavoreranno fianco a fianco, non inizieranno conoscersi, a fare affari insieme o ad avere gli stessi problemi la pace sarà solo apparente.


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