Dpef: Della Vedova, misure del Governo possibili solo con inasprimento del carico fiscale

A seguire il testo dell’intervento pronunciato quest’oggi alla Camera da Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori Liberali e deputato di Forza Italia:
Questo DPEF d’inizio legislatura non segnerà certo la storia dei documenti di programmazione economica e finanziaria, sul cui valore e utilità, in generale, andrebbe aperta la discussione.
Comunque. A proposito del trittico che dovrebbe dare contenuto politico e di indirizzo alla azione del Governo, “sviluppo, risanamento, equità”, voglio sottolineare due elementi emblematici.
Sul risanamento la vostra strategia si basa sulla ricostituzione dell’avanzo primario. Partite dal presupposto che la riduzione fin quasi all’azzeramento dell’avanzo primario sia una grave responsabilità del Governo Berlusconi e che voi “siate tornati” per “rimettere le cose a posto”. Questo è falso, per due motivi.

L’avanzo primario era al 6.7% nel ‘97 e lo avete lasciato al 3.2% nel 2001, ed erano tempi di vacche grasse. La riduzione che si è prodotta negli anni del Governo Berlusconi è stata indotta, in larga parte, dal rallentamento dell’economia mondiale. Gli effetti sono stati simili in tutti i paesi europei: l’avanzo primario in Francia era dell’1.50% nel 2001 e del -0.1% nel 2005; in Germania è passato, nello stesso periodo, dal 0.4% al -0.6%; in Olanda dal 3% a zero; in Gran Bretagna è negativo dal 2003.

Si dirà: ma noi abbiamo il debito pubblico più alto del mondo, o quasi. Giusto, sacrosanto. Va aggredito. La CdL aveva inserito nel suo programma il progetto del Ministro Tremonti – che in parte riprendeva la proposta Guarino – di valorizzazione e cessione del patrimonio pubblico, che rende poco o nulla a fronte di un debito che costa una quota del PIL pari al 4.5% del Pil. Di privatizzazioni nel DPEF non vi è traccia, ma nemmeno della alienazione di quella parte del patrimonio pubblico non costituito da partecipazioni azionarie. Così come non vi è nulla di convincente sulla riduzione delle spese, soprattutto per quel che riguarda sanità, pensioni e governi locali. Per questi ultimi, puntate – nel Patto di Stabilità interno – ad obiettivi di saldo e non di spesa: sapete bene che ciò potrebbe incentivare il ricorso da parte di Regioni ed enti locali ad un inasprimento fiscale.

Non resta che dedurre, a rigor di logica, che la ricostituzione dell’avanzo primario al fine di aggredire il debito potrà avvenire solo attraverso un inasprimento del carico fiscale, come lasciano intendere le prime mosse del Ministro Visco, impegnato nella costruzione del suo “grande fratello fiscale”. Quello dell’aumento delle tasse – naturalmente per i ricchi evasori.

Tralascio qualsiasi commento sul tema dell’equità – che va considerato come un semplice tributo ideologico alla sinistra massimalista, perché di concreto nel DPEF non sembra esserci null’altro. L’ultimo punto che voglio toccare è invece quello dello sviluppo: lasciando in sospeso le considerazioni sulla politica del Ministro Bersani, per lo sviluppo puntate innanzitutto sul taglio di 5 punti del cuneo fiscale. Si tratta di una misura sbagliata. E’ un surrogato della svalutazione. Il cuneo fiscale italiano è nei valori medi europei, e sarebbe di gran lunga il più basso se non avessimo il sistema previdenziale più assurdamente generoso e quindi costoso. Se la riduzione non fosse selettiva, come per una “normale” svalutazione, funzionerebbe da incentivo perverso per le produzioni labour intensive, che quasi in nessun caso rappresenteranno il futuro di crescita e occupazione per un paese come il nostro. Se fosse selettiva allora sarebbe il Governo a scegliere i settori del futuro, il che è ancor forse ancor peggio.
Dopo qualche anno, fermi restando gli altri fondamentali, il vantaggio comparato di una arbitraria riduzione del cuneo fiscale e del costo del lavoro verrà assorbito, e saremo al punto di partenza. Anzi, no, peggio, visto che per coprire il taglio del cuneo fiscale si dovrebbe colpire duramente il risparmio degli italiani – allineamento delle aliquote sulle rendite finanziarie è il nome in codice – oppure trasferire sulla fiscalità generale il finanziamento della spesa previdenziale (che pure a parole escludete).

Non mi pare una buona via per lo sviluppo, che forse potrebbe venire alleggerendo il carico fiscale tagliando le aliquote, riducendo la spesa e cedendo una parte del patrimonio pubblico.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

Comments are closed.