Politica estera: intervento di Benedetto Della Vedova sul d.d.l “ Disposizioni per la partecipazione italiana alle missioni internazionali

A seguire il testo dell’intervento pronunciato quest’oggi alla Camera da Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori Liberali e deputato di Forza Italia:
“Quello che accade in queste ore in Medio Oriente, l’attacco concentrico delle forze terroriste alla democrazia israeliana, fa sì che questo dibattito venga sottratto definitivamente ai sofismi in cui le forze della maggioranza si sono asetticamente esercitate per settimane, nell’unico intento di trovare un accordo in cui non solo ciascuna forza dell’Unione – etichetta che suona ormai irrimediabilmente grottesca – ma ciascun singolo deputato e senatore potesse riconoscere anche la propria posizione per poter non votare contro.

Iraq, Afghanistan, Israele, Iran, Siria, Libano…e poi al Qaeda, Hezbollah, Hamas…. formano un unico puzzle, che va affrontato con unità di intenti e di decisioni. Non è possibile continuare con i sofismi lessicali, è necessario scegliere il campo in cui militare, con i costi che ciò comporta: cosa sceglie il Governo italiano? Il campo della libertà e delle democrazie minacciate – democrazie consolidate come quella israeliana o nascenti come quella irachena e afgana – o quello delle forze e dei paesi che hanno interesse alla destabilizzazione terroristica? Io non voglio disconoscere le ragioni della diplomazia, ma confesso di non aver capito cosa significhi “equivicinanza”. Come non capisco come sia possibile che il Presidente del Consiglio italiano chiami in causa come mediatore nella crisi israeliana – la smentita è arrivata troppo tardi ed era troppo debole – quell’Iran il cui presidente vuole cancellare lo stato ebraico dalle cartine geografiche.

Oggi o si sta innanzitutto con Israele o contro Israele. La casa delle libertà è stata ed è con Israele, l’Unione non si sa o non si capisce.

Ciò è inevitabile: quando la politica estera cessa di riflettere gli obiettivi e le strategie internazionali di un paese, per diventare una delle tante “camere di compensazione” degli equilibri di potere interni alla maggioranza, un paese cessa di fatto di avere una politica estera. E un grande paese questo non può e non deve permetterselo.

E soprattutto non può permetterselo quando, sulla base degli impegni assunti nell’ultimo decennio, è impegnato con personale militare e civile in diversi scenari di crisi. Perché così non si mette solo a repentaglio la credibilità delle politiche e l’autorevolezza delle istituzioni, ma anche e soprattutto la stessa sicurezza del paese.

Nella maggioranza si fronteggiano diverse posizioni fra loro inconciliabili. Non vi è nulla in comune- né mediazione possibile- fra chi ritiene che si stesse meglio nell’Afganistan dei talebani (o comunque che non ci si dovesse immischiare nella vicenda afghana nell’unico modo possibile, quello militare) e chi vorrebbe mantenere l’ancoraggio atlantico, occidentale e democratico della politica internazionale italiana. Una politica estera non si fa mediando fra queste posizioni, ma scegliendone responsabilmente una.

Invece voi siete – e quindi noi tutti siamo – qui a discutere in che forma, e a che prezzi, un governo possa onorare le cambiali elettorali accese alla sinistra antagonista e antioccidentale, mantenendo tuttavia una qualche forma di solidarietà atlantica. Voi volete avere la botte piena della credibilità internazionale e la moglie ubriaca dell’antiamericanismo forsennato. E pretendete di fare tutto questo dandoci anche “lezioni” sulla superiore e adamantina moralità di questi contorcimenti politici.

Avete, lo dico ai più “occidentali” della maggioranza, un Presidente del Consiglio che a proposito dell’intervento italiano in Iraq parlò di partecipazione alla “guerra di occupazione”. Avete usato – qualcuno di voi, suo malgrado- la peggiore propaganda antiamericana per arruolare l’esercito elettorale delle piazze pacifiste. E ora i nodi vengono al pettine e i conti vanno all’incasso. Dovete pagarli tutti, ma sperate di poterli pagare a rate.

Lo stesso tentativo che fate per distinguere la natura della missione italiana in Afghanistan e di quella in Iraq ha qualcosa di penoso.
In entrambi i casi l’impegno italiano- che nessuno ha mai immaginato a tempo indeterminato- è volto ad assicurare il successo di una transizione democratica avviata, ma non completata e minacciata dalla violenza di quanti vorrebbero ripristinare lo status quo ante.
In entrambi i casi la presenza italiana è necessaria al mantenimento dell’ordine e della sicurezza.
In entrambi i casi la presenza italiana- non il complesso della vicenda bellica, ma la presenza italiana sicuramente sì- adempie ad un mandato esplicito delle Nazioni Unite.
In entrambi i casi gli interlocutori politici e istituzionali del nostro paese sono governi legittimi e affidati, per la loro stessa sopravvivenza, al sostegno politico e militare di paesi liberi e democratici.
In Iraq , come in Afghanistan , se combattiamo- come dite- una guerra, combattiamo quella che il fanatismo islamista, nazionalista e terrorista ha dichiarato ai popoli afgano e irakeno e alle sue istituzioni in primis, ma, in fondo, la guerra che il fanatismo islamista combatte contro l’occidente libero.

Sapreste spiegare con una qualche coerenza perché, uscendo dall’Iraq , non dovremmo, per le stesse ragioni, uscire dall’Afghanistan e, magari, dai Balcani, o perché al contrario la nostra presenza in Afghanistan sarebbe più “difendibile”, in termini politici e militari, di quella in Iraq ?

Sapreste spiegare per quali ragioni il- termine che molto vi piace- “superamento” dell’impegno militare in Afghanistan , a cui alludete, dicendo e non dicendo, come ad un punto di possibile mediazione interna alla maggioranza, .. dicevo sapreste spiegare perché questo “superamento” a Kabul debba giustamente essere concordato e governato in una prospettiva multilaterale e negozionale con gli alleati e le autorità politiche del paese e invece a Bagdad possa essere imposto agli uni e agli altri come un fatto compiuto?

Forse perché in Iraq la situazione è apparentemente più difficile anche dal punto di vista militare, nel senso che il paese si trova sul crinale fra la stabilizzazione improntata ad un sistema democratico e il caos voluto dai terroristi antiracheni prima che antiocidentali? Perché la responsabilità è apparentemente maggiore e sicuramente maggiore l’attenzione dei media? E’ questo che vi spaventa? E’ per questo che decretate una vera e propria fuga dalle responsabilità che abbiamo assunto?

E’ questo che intendono accettare tutte le forze della maggioranza, anche quelle che hanno sempre creduto nella necessità di una presenza occidentale, anche militare, in favore della democrazia in Iraq e hanno denunciato il pericolo insito nel fallimento del “regime change”?

E se le cose peggiorassero anche in Afghanistan, e quindi la nostra presenza militare diventasse ancor più necessaria al governo legittimo, fuggiremo subito anche da lì?

In tutto questo, dicevo, pretendete pure di dare lezioni.

La vostra politica estera tornerebbe, dite, ad essere multilaterale e diplomatica, dopo essere stata unilateralmente militare per il Governo che vi ha preceduto. La vostra politica estera- aggiungete- ha il proprio ancoraggio nell’Onu, nelle istituzioni europee. Al di là della retorica, e delle falsità contro la politica del precedente governo- a meno di non considerare, per fare un esempio, il sostegno politico ad Israele e al governo Sharon come una colpa “militaristica”- dicevo, al di là della retorica, occorre precisare non solo quale è la logica (più o meno multilaterale), ma anche quale è il “contenuto” e “l’obiettivo” della politica internazionale del nostro paese.
Il multilateralismo, la delega all’Onu non sono di per sé una soluzione.

Lo sapete- è passato meno di un decennio- che fu solo grazie all’unilateralismo americano e della Nato (e anche italiano e europeo) che un intervento militare osteggiato in sede Onu dalla Russia salvò i musulmani kosovari dallo stesso destino a cui il “potettorato Onu” sui campi-profughi consegnò i musulmani bosniaci. L’Onu li teneva fermi, mentre Karadzic e Mladic li massacravano.

Adesso, voi pensate a forze di interposizione sotto la bandiera dell’Onu in Libano e, anche a Gaza. Anche qui, lo strumento è nella sua retoricità chiaro, ma i fini non lo sono.

Volete andare lì per disarmare le fazioni di Hamas e Hetzbollah e quindi per impedire che Israele venga bombordata e quindi non abbia bisogno di reagire militarmente? Oppure volete andare lì per accerchiare, anche politicamente, con la bandiera Onu il territorio di Israele continuando a pontificare sulla “spoporzionatezza” delle sue reazioni? Volete fare della nostra politica estera una “dependance” politica e diplomatica, non dico di Hamas e di Hezbollah, ma della Lega Araba?

Non è il tempo dei compromessi, ma quello della chiarezza. Se il vostro unico orizzonte possibile è il primo, cioè quello dei compromessi al vostro interno indipendentemente da ciò che accade nel mondo, traetene le conseguenze il prima possibile. Lo hanno detto in molti, e lo ripeto: non si governa oggi un grande paese senza una politica internazionale. E’ un lusso che gli italiani non possono permettersi.”


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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