Storia di Sciascia

Di Gianfranco Cercone De Lucia Capita, leggendo, di scoprire comunanze di idee, laddove non si prevedeva di trovarne. E’ per condividere con i lettori di Generazione L il piacere di questa scoperta, che vorrei segnalare loro un libro. Lo ha scritto Massimo Onofri, docente di Letteratura italiana all’Università di Sassari, già autore, fra l’altro, di una pregevole “Storia di Sciascia”, edita da Laterza. Si intitola “Sensi vietati” (editore Gaffi, pp.246, 12 euri), e raccoglie note sulla letteratura, la politica, il costume, la società. Potrebbe essere un libro come mille, non fosse che per la sottile intelligenza dell’autore, per la vivace perorazione delle idee, per la franchezza con cui è scritto. Poiché questo articolo non vuole essere una recensione, mi limiterò a fornire al lettore qualche breve saggio del testo, su temi eterogenei, sperando di invogliarlo a una lettura completa. Una polemica letteraria: “In un’intervista a ‘Il Giornale’ del 13 maggio lo scrittore Emanuele Trevi afferma che la stroncatura è un genere letterario fascista: e lo sarebbe in quanto testimonia dell’antropologia letteraria media italiana, altrettanto fascistoide. Di fronte a simili argomentazione da fiera televisiva, Franco Cordelli, sul Corriere della Sera del 15, ha buon gioco nel dire che ‘se una stroncatura è fascista, se un paio di occhiali neri sono fascisti, se viaggiare in macchina senza cintura è fascista, nulla più è fascista’ (…) Sentite come Trevi risponde su Il Giornale del 16: “Quando il mio cane mi fa un dispetto gli grido: ‘Brutto fascista!’. Cordelli ha ragione quando scrive che se tutto è fascista nulla lo è, la mia è soltanto un’abitudine verbale, un vezzo giovanilistico’. Che è un’inquietante dichiarazione di irresponsabilità nei confronti delle parole: e imperdonabile che a pronunciarla sia uno scrittore. Il quale, col vittimismo tipico degli intellettuali italiani, cerca pure di giustificarsi richiamandosi cinicamente alle colpe di tutta la parrocchia: ‘Sembra che solo io uso parole a sproposito. Tutti quanti le usiamo approssimativamente’. Su Leonardo Sciascia (riferendo un aneddoto raccontato in un libro di Davico Bonino): “Vorrei soffermarmi su un episodio che mi suscita una forte curiosità antropologica e politica. Si tratta dell’ultimo incontro con Sciascia a Roma, nel 1979, dov’è deputato radicale. Siamo in un ristorante frequentato da politici. Riferisce Davico Bonino: “Di costoro”, e si e concesse un fugace sguardo all’intorno”, “si salvano…” e mi fece con puntiglio i nomi dei cinque a cui aveva deciso di accordare la sua stima: dico la cifra esatta e potrei, oltre vent’anni dopo, citarli uno a uno. “Il resto è peggio dei peggiori personaggi del miei romanzi… Anche per questo vorrei scrivere sempre di meno…”. E dire che Sciascia considerava allora il paese legale migliore di quello reale. Sono certo che oggi non arriverebbe nemmeno a cinque. Ecco perché resta, straziante, il desiderio di conoscere quel pugno di nobiluomi: ci faccia quei nomi, caro Davico Bonino, non è più il momento di tacere”. Su Maurizio Costanzo e il suo show: “… c’è oggi, in Italia, un uomo che possa incarnare meglio quella non mistica esperienza del nulla che realizziamo televisivamente ogni giorno? Forse Mike Bongiorno. Ma, a differenza di quel buontempone che è il frivolo Mike, Costanzo fa sempre opinione: ed è uomo potentissimo, di quelli che hanno fatto, attraverso i palinsesti, molta recente storia nazionale. Entro questa prospettiva, il “Maurizio Costanzo Show” è il suo più grande capolavoro: se è vero che per anni (per decenni) vi s’è consumata la compita recita dei buoni valori di sempre, tra laico senso della solidarietà e sentimento della fratellanza universale. Una bella recita non c’è che dire: e che è stata lo specialissimo lasciapassare d’un orrore senza sangue, in cui l’Italia peggiore ha saputo specchiarsi e celebrarsi, con infantilismo crescente e senza più remore, fino all’idolatria delle proprie viscere, delle proprie feci”. Sul regista Ferzan Ozpetek: “M’era piaciuta di Ozpetek, l’idea delle ‘Fate ignoranti’, con quella moglie che, morto improvvisamente il marito in un incidente, scopre che la tradiva con un uomo. Ma l’individuazione di una salvezza possibile nei riti di un’allegra e giudiziosa comunità gay m’era parsa insopportabilmente correct. Ed accenno d’un possibile e sciagurato conformismo. Non mi sbagliavo”. Su Enzo Tortora: “La devastante scoperta del carcere. La nobile battaglia liberale in difesa del diritto e della giustizia. Con quale spirito Tortora abbia affrontato tutto ciò, risulta bene da queste struggenti lettere. Che ci restituiscono un padre forte e delicatissimo: in anni non proprio votati alla paternità. Un uomo colto, raffinato: e di tenacissimo concetto. Un uomo che, nel fondo di una sordida cella, ha tenuto alto il sentimento della libertà: mentre molti, calunniandolo e schernendolo, offendendo la verità ed il buon senso, facevano della libertà pubblicamente strame. Dovremmo essergliene grati per sempre”. Ritrovo nelle parole dell’autore quel senso alto della missione civile della letteratura e della critica, che ha i suoi illustri ma un po’ dismessi modelli, in De Santis e in Croce. Ricadono sotto le considerazioni spesso polemiche del libro, le fedi ostentate ma povere di contenuto reale, il vuoto delle chiacchiere televisive, i conformismi di accademici e intellettuali. Come dire che emerge un affresco dell’Italia, che, rassegnati o assuefatti, a volte fatichiamo a scorgere. Chiudo questa breve presentazione, con un consiglio, forse polemico, all’autore. A proposito dei libri di Oriana Fallaci, Onofri scrive: “Di una cosa sono convinto: una democrazia che, con le armi, vorrebbe esportare sé stessa, produce invece il più atroce ossimoro, quello che coniuga aggressione e democrazia, che i nostri confusi tempi, ce lo permetta la Fallaci, hanno saputo creare”. Non sono affatto un “fallaciano”, e non entro comunque per nulla nel merito della discussione. Però, per un libro che si richiama esplicitamente ai “Miti d’oggi” di Barthes, suggerirei all’autore un tema per un altro dei suoi brillanti articoli: la bandiera della pace, quella innalzata in cortei di massa, appesa a ogni balcone, usata come foulard o per fasciarsi il corpo: un attestato, credo, di buona coscienza, davvero troppo a buon mercato. Compralo su bol.it!


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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