Lombardi, un guastatore con l’animo di un poeta

Di Indro Montanelli (“Il Giornale” 19 settembre 1984), con commento di Tommaso Ciuffoletti

Era, da un pezzo, un sopravvissuto. Il suo grande momento era stato quello della Liberazione, quando fu delegato a trattare la resa delle forze fasciste con Mussolini, che invece preferì la ritirata a Dongo; eppoi l’immediato dopoguerra, quando fu prefetto di Milano, e credeva di dare il la a una rivoluzione. La sua milizia antifascista era di lunga data e inappuntabile. Durante tutto il ventennio era rimasto imboscato nell’ufficio studi della Edison, ma non inerte. E nel ’42 era stato, nella clandestinità, tra i fondatori del Partito d’azione, di cui, quattro anni dopo, fu anche tra gli affossatori. Era ideologicamente, caratterialmente, perfino fisicamente – con la sua alta statura, la voce da basso profondo e il volto corrucciato da grande quaremalista – un azionista tipico, da manuale; costruito per le tempeste e le rotture. Dopo quella del Partito d’azione e la diaspora che ne seguì, Lombardi si accasò nel Psi, ma fin da principio vi fece parte per se stesso. Lo consideravano un massimalista per l’intransigenza del suo programma rivoluzionario. Ma, a differenza degli altri massimalisti, si batteva per l’autonomia del partito e per il ripudio del suo legame coi comunisti. Questo lo avvicinò a Nenni, di cui fu la più valida spalla nel drammatico congresso in cui venne deciso il rinnegamento della politica frontista. Anzi si disse che in quell’occasione aveva posto le premesse per la successione al vecchio leader, che aveva un debole per lui e non nascondeva l’intenzione di farne il suo delfino. Sebbene fosse tra gli ultimi venuti, anche i “compagni” di più lungo corso sembravano accettarlo, intimiditi dalla sua superiorità intellettuale e culturale. Sul piano della dogmatica marxista, Lombardi era infatti l’unico socialista che poteva tener testa anche a un Togliatti e a un Terracini; con lui, si diceva, il Psi avrebbe perso quei caratteri piazzaioli, barricadieri e confusionari che fin allora ne avevano fatto il parente povero e ciabattone del Pci. Ma fu lui stesso a mandare a monte il piano della successione quando, dopo essersi battuto in appoggio a Nenni per l’ingresso del suo partito al governo appena questo governo coi socialisti si profilò, gli mise una bomba nella stiva e accese la miccia. Fu la famosa “notte di San Gregorio” che mandò a picco, nel ’63, la prima combinazione di centro-sinistra. Per rammendarla, i segretari dei quattro partiti che l’avevano tessuta offrirono a Lombardi il dicastero del Bilancio. Era il posto che sembrava più congeniale a Lombardi per tutte le occasioni che offre di tracciare sulla lavagna i “piani” più “ingegnosi”, i “salti di qualità” più avveniristici, le più audaci “ristrutturazioni” della società: insomma i balocchi che Lombardi aveva sempre prediletto. Invece lui non lo volle. Ci mandò Giolitti. Per sé tenna la direzione de “l’Avanti!”. Su questa specie di karakiri corsero molte voci. Si disse che, stanco a sessanta a più anni, di aspettare il bastone del comando per diritto ereditario, aveva preferito barattare la parte di delfino con quella di rivale. Ma i successivi avvenimenti dimostrarono che non era così. Lombardi era uno dei pochissimi uomini politici che non siano mai stati assillati dal problema del potere. La sua ambizione era più quella di ispirare una politica che di farla. Tant’è vero che tutte le volte che la “carriera” sembrava prendere l’aire, si affrettava a disfarla. I suoi nemici lo chiamavano “il guastatore”, e in moltissime occasioni lo fu. Ma non per calcolo e speculazione. Lombardi non era un volgare mercante e profittatore di scismi. Ne era, caso mai, un poeta perché era nella catastrofe che dava il meglio di sé, ma disinteressatamente. Ricordo la sua lunga e appassionata battaglia per la nazionalizzazione dell’energia elettrica. L’argomento su cui fece leva fu questo: che bisognava togliere all’iniziativa privata le carte per cavarsela da sola: altrimenti avrebbe trionfato, e con essa avrebbe trionfato il capitalismo, mentre occorreva metterlo in ginocchio, anche a costo di mettere in ginocchio tutta l’economia italiana (come poi avvenne). Ancora una volta voleva, cercava la catastrofe. Ma c’è una cosa di cui, al momento dell’addio, bisogna dargli atto: l’immacolata onestà. Anche noi che non abbiamo condiviso nessuna delle battaglie di Lombardi, dobbiamo riconoscere che furono tutte disinteressate. Siamo convinti che commise molti errori, ma erano errori che sapevano di bucato, non di fogna. E questo fa di lui, nella fauna politica del nostro paese, un esemplare purtroppo singolare, e degno del generale rispetto. Oggi si riunisce l’esecutivo Sdi. Mi piaceva pubblicare questo articolo di Montanelli oggi che si costituirà una corrente di minoranza dello Sdi, che spero non vorrà richiamarsi al ricordo di Lombardi. Per loro sono più adatti i nomi di Lelio Basso e Tullio Vecchietti e la loro corrente potrebbe chiamarsi PSIUD: Partito Socialista(?) di Unità Democratica


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