“Verso il sud”: il film “maledetto” di Laurent Cantet

Di Gianfranco Cercone De Lucia

Anzitutto un’immagine, forte, sgradevole e coraggiosa, come in certi film di Ferreri: un gruppo di donne mature, sdraiate su una spiaggia di Haiti, attorniate di bei ragazzi del luogo, disposti, per soldi, a relazioni erotiche con loro. Dico coraggiosa, perché presumibilmente penalizzerà il film al botteghino: molti spettatori uomini ne saranno irritati perché capovolge i rapporti di potere tradizionali fra i sessi; le spettatrici non ameranno identificarsi con personaggi femminili che soffrono delle angosce dell’invecchiamento, e sono alla ricerca disperata di amore e di sesso. Se tale previsione è corretta, il film di Cantet (già autore almeno di un film molto bello: “A tempo pieno”) sarà un film “maledetto”, di quelli che illustrano verità che nessuno ama conoscere. Se ci si perdona la semplificazione, ricorrono due prospettive generali per considerare i problemi umani: quella per cui la libertà individuale può tutto, anche trionfare sulle condizioni di vita più sfavorevoli; e quella per cui siamo ineluttabilmente determinati dai ruoli che la natura e la società hanno scelto per noi. Il film di Cantet sposa questa seconda prospettiva, fino alle estreme conseguenze. I personaggi si dibattono contro i propri ruoli, ma con il solo esito di dimostrare di esservi fatalmente incastrati. La donna più ingenua, o più volubile, tenta di trasformare il rapporto mercenario in un rapporto d’amore, ma soccombe all’intolleranza della società. La più cinica accetta le “regole del gioco”, ma attraversa in cuor suo l’inferno della frustrazione e della gelosia. Il prostituto più ambito rovescia a proprio favore la sottomissione alle dame, passando a proprio piacere da una all’altra. Ma alla fine, dovrà scegliere se essere libero e morire; o accettare la protezione “castrante” di una di loro. In conclusione: ci sono poveri e ricchi; giovani e vecchi; e tali divisioni conducono fatalmente alla tragedia. L’assenza di moralismo, che va certamente annoverata a merito di Cantet, non è che un risultato della profondità e dello scrupolo del suo racconto: grazie al quale possiamo immedesimarci di volta in volta in tutti i personaggi principali, comprendendone le intime ragioni; sentendo, con loro, la disperata mancanza di alternative possibili. Si può condannare a cuor leggero l’assassino, il deviante, l’infelice, chi compra o chi si vende, solo fino a quando ci restano estranei e incomprensibili. Ed è la prova – costantemente fornita dal miglior cinema e in genere dalle arti narrative – che il moralismo si basa su un difetto di conoscenza. Non si può concludere questo pur rapido discorso sul film di Cantet, senza parlare degli attori, tutti bravi e ben scelti. Spicca Charlotte Rampling. La sua è un’espertissima arte della sottrazione. Si ammira come con leggerissimi accenni rende- sotto l’autocontrollo di un’insegnante americana di letteratura – l’inquietudine della gelosia, il dolore di una separazione definitiva, l’odio glaciale per chi ci tradisce.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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