Auguri ai nani riformisti sperando non vincano i giganti massimalisti

Di Sofia Ventura
da Il Riformista di mercoledì 28 giugno 2006 pag. 7
Caro direttore,
il No ha vinto e dal suo giornale si avverte che questa vittoria non deve chiudere ma piuttosto riaprire il processo di riforma costituzionale. Coloro che hanno sostenuto il Sì alla riforma non si fanno troppe illusioni sulla possibilità che un tale processo possa essere seriamente avviato e portato a compimento, a causa della presenza all’interno del centro-sinistra di una forte componente ostile al cambiamento e dell’inevitabile preoccupazione di tenere insieme una maggioranza di governo composita, divisa anche sull’idea di come debba oggi funzionare un moderno sistema parlamentare.
Ciò detto, come altri del fronte del Sì mi auguro che dai «riformatori del No», che sinceramente credono nella necessità di riforme incisive (non banali ammodernamenti), provengano azioni e proposte che vadano oltre i buoni propositi e siano in grado di contrastare certe inquietanti avvisaglie «reazionarie».

Conservatori noi?

I segnali di stop ad una reale intrapresa riformista, infatti, già si moltiplicano. Dagli espliciti no provenienti dalla sinistra della maggioranza agli equilibrismi del Presidente del Consiglio.
Per non parlare delle ambiguità sui contenuti di eventuali future riforme.  Molti omaggi di rito alla necessità di innovazioni (conservatori noi? Non sia mai!). Ma segnali preoccupanti di una volontà di ridurre eventuali cambiamenti a poca cosa, in particolare sul fronte di un effettivo rafforzamento dell’esecutivo; una esigenza sulla quale convergono le posizioni sia dei riformatori del No, sia dei sostenitori del Sì. Il ministro per le Riforme istituzionali Chiti parla di eventuale attribuzione di poteri di nomina e revoca al premier e di sfiducia costruttiva (uno strumento sul quale varrebbe la pena fare qualche riflessione in più di quanto non si sia fatto finora), senza fare alcun riferimento a due meccanismi cruciali quali il potere di scioglimento della camera e la sottrazione del voto di fiducia al senato. Sul potere di scioglimento, il segretario Fassino ha addirittuta criticato l’ipotesi che il Presidente della repubblica venga privato della discrezionalità di concedere o meno al Presidente del Consiglio nuove elezioni, dimenticando che è quello che accade in molte grandi democrazie europee. Ezio Mauro ci dice che dando la vittoria al No, il Paese avrebbe difeso la Costituzione e il suo disegno istituzionale, l’ equilibrio dei poteri (vale a dire l’assoluta centralità del parlamento) che essa disegna. E dunque avrebbe mandato alla classe politica un inequivocabile segnale: «cercare altrove e in sé stessa la causa delle disfunzioni, dei ritardi e dei vuoti della nostra democrazia». Secondo Nicola Tranfaglia, per concludere in bellezza, il «piano» della Cdl sarebbe stato quello «di ribaltare completamente la logica della Costituzione repubblicana»; un piano  ispirato da «una visione monistica e autoritaria dello Stato rispetto a quella democratica e pluralistica propria dell’attuale testo costituzionale».

La strada è in salita.

Questi pochi cenni ci fanno capire che la strada delle riforme sarà davvero in salita; e la «tribù dei nani riformisti» per farsi sentire dovrà gridare. Nel frattempo, potrebbe essere utile che questa tribù, nella quale anche chi ha votato Sì ripone qualche speranza, iniziasse a fare pubblicamente chiarezza sugli obiettivi che si prefigge per la auspicata nuova stagione di riforme istituzionali, dicendo se tali obiettivi dovranno per forza raccogliere il consenso di tutte le anime del centro-sinistra (e dunque essere annacquati fino a perdere qualsiasi significato) o potranno essere individuati sulla base delle linee già delineatesi durante il dibattito che ha preceduto il referendum tra riformatori dell’uno e dell’altro schieramento, a costo di dividere le forze che reggono oggi l’attuale maggioranza di centro-sinistra.

Sofia Ventura


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