C’è una lezione francese del ‘62 per il referendum italiano del 2006

De Gaulle riformò la costituzione e aveva tutti contro, soprattutto quelli che poi hanno amato la riforma
Di Sofia Ventura
da Il Foglio di mercoledì 21 giugno 2006 pag. III

Era il 1962. Quattro anni prima era stata approvata la Costituzione della V Repubblica francese, con la quale veniva finalmente superato l’instabile e inefficace regime del 1946. Dal sistema assembleare della IV Repubblica si era passati, così, a una forma di governo che rafforzava significativamente i poteri dell’esecutivo e, pur mantenendo in vita la responsabilità del governo verso il Parlamento, prevedeva un presidente (eletto da un collegio di grandi elettori) con importanti poteri, una sorta di seconda testa dell’esecutivo. Era stata la crisi algerina che aveva portato al crollo del vecchio sistema e al ritorno del generale de Gaulle, eletto alla presidenza nel 1958; alla guida della Francia. Superata quella crisi, però, i partiti tradizionali, che avevano accettato la nuova Costituzione sotto la pressione dei drammatici eventi della decolonizzazione, parevano intenzionati a riguadagnare quella centralità di cui avevano goduto prima del 1958 e, comunque, a tornare nell’alveo del parlamentarismo classico. Ciò fu loro impedito dallo stesso de Gaulle .
Era, appunto, il 1962. Per l’ottobre di quell’anno, con una lettura piuttosto disinvolta della Costituzione, il generale indisse un referendum per inserire nella Carta del ’58 l’elezione a suffragio universale del presidente della Repubblica. Invece che attivare la procedura prevista dall’art. 89 (revisione della Costituzione), il generale ricorse al suo potere di sottoporre a referendum progetti di legge concernenti, tra le altre cose, l’organizzazione dei pubblici poteri (art. 11). Questa mossa, piuttosto discutibile sul piano costituzionale, gli consentì, però, di aggirare l’opposizione che avrebbe sicuramente incontrato nelle due camere, ove i gollisti erano in minoranza. Contro di lui si schierò un fronte ostile che vedeva uniti tutti i giuristi dell’epoca (tranne rarissime eccezioni), il Consiglio di stato, il Consiglio costituzionale e i partiti protagonisti della IV Repubblica: socialisti e radicali, comunisti, cattolici dell’MRP, i notabili conservatori del Centro nazionale degli indipendenti. L’opposizione dei partiti di sinistra, di centro e della destra non gollista divenne esplicita con l’approvazione di una mozione di sfiducia contro il governo Pompidou, reo di aver sostenuto l’azione di de Gaulle,

Gli elettori premiarono l’azzardo
Ciò nonostante, gli elettori premiarono il suo azzardo. Una prima volta quando votarono “sì” al referendum di ottobre (62 per cento dei suffragi espressi), una seconda in occasione delle elezioni legislative di novembre, indette dopo che l’Assemblea nazionale che aveva votato la sfiducia era stata sciolta dal presidente. A quelle elezioni, il partito gollista e i suoi alleati (guidati da Giscard d’Estaing) conquistarono la maggioranza assoluta dei seggi dell’Assemblea.
Come ha scritto Gaetano Quagliariello, agli elettori francesi il confronto del 1962 fu posto nei termini di una scelta tra due opzioni piuttosto nette. Da un lato, la chiusura di una parentesi dettata dall’emergenza e il ritorno a un sistema simile a quello della IV Repubblica; dall’altro, la difesa – anche attraverso la forzatura operata con il ricorso all’art. 11 – di un regime considerato, pur con le sue imperfezioni, una conquista sulla via della modernizzazione (De Gaulle e il gollismo, Il Mulino, 2003). Con la vittoria della seconda opzione fu spianata la strada all’evoluzione in senso chiaramente maggioritario del sistema politico francese. L’elezione diretta del presidente con un sistema elettorale a doppio turno con ballottaggio, infatti, ha costituito un fattore cruciale per la bipolarizzazione del sistema partitico; vale a dire per il posizionamento di tutti i partiti a destra o a sinistra dello schieramento, con la cancellazione del centro partitico (ma non politico, che, anzi, è divenuto lo spazio più appetito dai contendenti). Non solo. All’interno di quel processo, essa ha incentivato ambiziosi imprenditori politici (si pensi a Giscard d’Estaing, Chirac, Mitterrand) a creare o ristrutturare grandi formazioni partitiche in grado di costruire un consenso maggioritario nel paese, al fine di conquistare quella che è divenuta la carica più ambita: la presidenza della Repubblica.
Ma altrettanto significativo è il fatto che, da almeno trent’anni, la presidenzializzazione del sistema di governo non è più messa in discussione da nessuna parte politica, nemmeno dagli eredi di quanti si erano opposti alla Costituzione del ’58 o al referendum del’62. Essa è entrata nel costume della vita politica francese. Lo stesso Mitterand, che in un libro del 1964 dal significativo titolo “Il colpo di stato permanente”, aveva denunciato la pratica personale del potere di de Gaulle e aveva definito una “dittatura” il regime gollista, nei suoi quattordici anni di presidenza (1981-1995) si è mostrato come il più presidenziale dei presidenti, sia nell’esercizio del potere di governo, sia nella pretesa di dominare il proprio partito e la propria maggioranza parlamentare.
“Le vie della modernizzazione”, scriveva Duverger riflettendo sui meriti di de Gaulle sul piano dell’innovazione istituzionale, “sono talvolta oscure” (La Monarchie Républicaine, Laffont, 1974). Certo, aggiungiamo noi, non sempre sono razionali e prevedibili. Ma può accadere che l’intersecarsi di eventi, volontariamente provocati e no, apra spiragli di opportunità. Può anche accadere che vi siano leader con una visione del futuro che sappiano coglierle. Oggi, in Italia, con la riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum il 25 e il 26 giugno, lo spiraglio si è aperto. Confidiamo che vi sia qualche leader con una qualche visione del futuro. Un leader che sappia spiegare agli italiani che la posta in gioco è alta e che, come ci insegna l’esperienza francese, anche una modernizzazione avviata da alcuni può diventare un bene goduto e apprezzato da tutti. Sarebbe bello che tra quarant’anni, qualcuno per spiegare il processo di modernizzazione delle istituzioni italiane cominciasse: “Era il 2006”.


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