La vittoria del No precluderebbe una seria riforma

Di Sofia Ventura da “il Riformista” di giovedì 15 giugno 2006

Caro Direttore,
l´appello del Comitato scientifico del Comitato promotore del Referendum (“Le ragioni di un NO”) costituisce l´ultima dimostrazione di come la vittoria del No precluderebbe ogni possibilità in futuro di una seria riforma che andasse nella direzione già intrapresa da decenni dalle grandi democrazie europee. Il documento, infatti, nel tentativo di neutralizzare la posizione, minoritaria ma sinceramente riformista (anche se a nostro avviso perdente), del fronte del “No” rappresentata dall´appello dei professori Barbera e Ceccanti, riconosce l´importanza di procedere a riforme che siano, però, “coerenti con i principi ed equilibri fondamentali dell´impianto costituzionale”. Ma quali sono questi equilibri? Nel testo, il tentativo (pur con le sue rigidità) di consentire all´esecutivo di esercitare un controllo sulla propria maggioranza parlamentare e, quindi, di poter attuare il programma di governo sanzionato dal voto popolare, viene interpretato come mirante a realizzare una forma di governo “squilibrata in senso autoritario”, che risulterebbe isolata dagli Stati liberal-democratici, dove la Camera dei deputati sarebbe “degradata ad una condizione di mortificante inferiorità”. Se così stanno le cose, è evidente che gli equilibri ai quali si fa riferimento non sono quelli propri del modello maggioritario di democrazia, verso il quale, faticosamente, l´Italia sta arrancando dall´inizio della sua lunga transizione. Ma, soprattutto, è anche evidente che si vogliono demonizzare una proposta (e i suoi proponenti), ponendola totalmente al di fuori dei confini di un legittimo dibattito sulle riforme, nel grado in cui si denuncia la sua totale estraneità ad altri modelli maggioritari che si finge di condividere e dei quali si minimizza l´effettiva forza e libertà d´azione che attribuiscono agli esecutivi e ai premier.
Soluzione dissociativa
D´altro canto, la volontà di demonizzazione attraverso una lettura deformata della proposta di riforma emerge anche dalle considerazioni sulla c.d. devolution, definita una soluzione “dissociativa”, che “ferisce l´unità nazionale”. A parte che dalla sempliceblettura del testo di riforma emerge chiaramente che non vi è alcun attacco all´unità nazionale, a parte che lo stesso Augusto Barbera ha riconosciuto che esso rimedia “ai pericoli per l´unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell´Ulivo”, va segnalato che una prestigiosa firmataria dell´appello, la professoressa Tania Groppi, studiosa dei sistemi federali, ha criticato la riforma del centro-destra perché di fatto ricentralizza, penalizzando le autonomie regionali.
Il discorso di Napolitano
E allora? Allora sembra piuttosto difficile che dopo il referendum, se non vi sarà di mezzo l´ingombrante presenza di un testo di riforma  approvato, si possa procedere ad accordi bipartisan, dopo che una parte degli attori in causa ha così aspramente delegittimato l´altra parte e le sue proposte. Sarebbe bene, a questo proposito, leggere con attenzione il discorso di insediamento del presidente Napolitano, che pure gli estensori dell´appello del Comitato promotore del referendum citano. A differenza dei difensori ad oltranza della Costituzione, il presidente ha ricordato che “già nell’Assemblea Costituente si espresse – nello scegliere il modello della Repubblica parlamentare – la preoccupazione di “tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e di evitare le degenerazioni del parlamentarismo´


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