La questione settentrionale è una questione nazionale

Da L’Opinione di sabato 10 giugno 2006

Caro Direttore,
ha ragione Galan. Occorre un nuovo umanesimo del Nord, una nuova rivoluzione delle coscienze. La mappa della modernizzazione del sistema produttivo si concentra soprattutto nell’Italia settentrionale, ed è qui che nasce l’esigenza di un’interlocuzione col governo centrale per favorire le attività produttive. Inutile piangere sulla mancata rappresentanza nell’esecutivo di ministri del Nord, la questione è di tutt’altra natura e cioè come la parte più produttiva del paese intende rapportarsi con Roma. Non a caso viene spesso evocata la fenomenale assemblea confindustriale pre-elezioni di Vicenza come punto di partenza del rilancio nordestino. Anche Calearo, presidente degli industriali di Vicenza, si è spinto oltre quel confine che delimita le poltrone alte di viale dell’Astronomia dalla base del mondo imprenditoriale.

E ha chiesto riforme inderogabili: taglio del cuneo fiscale di 10 punti; basta con la concertazione; no ad alcun passo indietro sulla legge Biagi; tagli alla spesa pubblica; riduzione di almeno il 20% della spesa energetica. Meno timidezza delle regioni in tema di federalismo fiscale, distribuzione delle risorse che premi le regioni e le città in misura proporzionale al reddito prodotto. Il Veneto, come il Friuli o la Lombardia, sono “centro”, anzi epicentro della questione settentrionale. Ma la lingua del Nord è una lingua che la sinistra continua a balbettare, come ha dimostrato durante la campagna elettorale. Il centro sinistra non vede il Nord perché paga un vizio d’origine operaista, collettivista in cui gli enti locali sono imbrigliati da “tempi e modi e liturgie” ormai incompatibili con la velocità del mondo. La matrice sindacale e culturale è quella: per loro la realtà non è ancora quella di migliaia di piccole imprese.

Gianfranco Leonarduzzi
Riformatori liberali Radicali per le Libertà


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