L’assurdità del relativismo assoluto

Di Angiolo Bandinelli da Il Foglio

Non comprendo l’accanimento polemico contro il relativismo assoluto. A me pare che il relativismo assoluto sia un ossimoro, figura retorica dell’impossibilità che si annulla da sé, senza ulteriori confutazioni. Non dovrebbe preoccupare. Grosso modo rientra nella categoria del “paradosso del cretese”, escogitato 50 anni a.C. da Epimenide, uno dei sette sapienti. E’ una figura logica che il tomista dovrebbe ben conoscere: anni fa, i gesuiti avevano in Polonia una scuola di quella disciplina, io stesso acquistai all’Università Gregoriana di Roma un testo di logica simbolica di un gesuita polacco. Il paradosso del cretese si formula così: “Un cretese dice: tutti i cretesi sono bugiardi”. Il paradosso è evidente: se tutti i cretesi sono bugiardi, anche costui lo è, e la sua affermazione che i cretesi sono bugiardi è una bugia. Ma allora i cretesi (o almeno alcuni) dicono il vero? Impossibile, stante l’affermazione di un cretese che, almeno lui, bugiardo non è quando sostiene che tutti i cretesi sono bugiardi. Un pasticciaccio su cui filosofi di ogni tempo si sono arrovellati. Ora, chi sostiene che tutto è relativo cade in una simile trappola: la sua è una affermazione assoluta che nega, ipso facto, il relativismo. Un relativista appena appena accorto questo lo sa benissimo, il paradossale ossimoro lo mette in qualche imbarazzo. Almeno, se si tratta di un relativista serio; se invece è un relativista sullo stampo dei laicisti ottocenteschi farà finta di niente, tanto sa che continuerà a essere un beniamino dei salotti bene, che a certe sottigliezze non fanno caso. L’enigma del cretese potrebbe essere assimilato a un’altra invenzione logica dei greci, un ulteriore paradosso, detto “di Achille e della tartaruga”. Lo enunciò Zenone di Elea, sempre un mezzo millennio a.C. Achille insegue la tartaruga. Dovrebbe acciuffarla in due balzi: lui è il piè veloce per eccellenza, la tartaruga è il simbolo stesso della lentezza. Ma, spiega Zenone, ogni segmento degli spazi – via via ridotti nella gara – percorsi dai due può essere suddiviso a metà. Istante per istante, sarà sempre possibile suddividere ulteriormente quegli spazi, rendendo logicamente impossibile al povero Achille raggiungere la tartaruga. Un sofisma? Macché, il giochino tratta di una cosa profondissima, la possibilità dell’infinito, e ha dato da fare a filosofi e matematici della grande scolastica medievale. Il concetto, la possibilità stessa della verità – messa in forse dalla formidabile logica greca – viene invece ribadito con forza da san Paolo, nella lettera indirizzata a Tito. Tito si era recato appunto a Creta per evangelizzarla, e san Paolo coglie l’occasione per scagliarsi contro l’argomentazione di Epimenide e dei suoi seguaci, definiti senz’altro “ribelli, ciarloni, seduttori ai quali bisogna chiudere la bocca, perché sono tali che sconvolgono famiglie intere, insegnando ciò che non si deve”. San Paolo doveva giostrarsi con una pagina evangelica nella quale il tema della verità viene affrontato in modo sconcertante (e san Paolo lo sapeva bene). E’ il breve, drammatico dialogo tra Gesù e Pilato. Alla affermazione di Gesù, “Tu l’hai detto, io sono re, e chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce”, Pilato (sospirando, osiamo immaginare) obietta: “Che cos’è la verità?”. Terrificante. I due mondi, quello della logica greca e quello della rivelazione di Cristo, sono inconciliabili. Dovremo dunque abbandonarci, lasciarci cullare dalla fede, vivere “etsi Deus daretur” confidando nella sola autorità della chiesa? Un logico impenitente potrebbe a questo punto chiedersi se la parola della chiesa possa (o debba) essere assimilata a un “metalinguaggio”, la categoria logica inventata dal grande logico (polacco) Alfred Tarski. Il metalinguaggio è un linguaggio che ha come suo oggetto il linguaggio. Ammettendo la possibilità di un metalinguaggio il paradosso del cretese può – dicono i logici – trovare scioglimento (la spiegazione è complicata, la omettiamo ma fidatevi, è una cosa seria) evitando la rovinosa caduta negli indiscernibili, negli indecidibili, cioè nel relativismo, magari (oddio!) assoluto.


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