Anche per D’Elia deve valere la riabilitazione

Articolo di Emilia Rossi su L’Opinione (sabato 10 giugno, pag. 1)

“In uno stato laico di diritto, in una società liberale, non è ammessa un’espiazione dei crimini che sia altro e vada oltre la pena inflitta secondo i princìpi e le regole di legge. Nel nostro Paese, poi, la pena non ha soltanto una funzione retributiva ma, per precetto costituzionale, ha l’obiettivo di realizzare la riabilitazione sociale. Questo significa che attraverso l’esecuzione della pena – che dura tanto quanto dettano le regole dello Stato ed è realizzata con le modalità che le regole dello Stato dettano – chi è stato condannato si reintegra nel contesto sociale, viene riaccolto in esso, recupera la piena titolarità dei suoi diritti di cittadino. Significa che, terminata l’esecuzione della pena, si deve chiudere il conto tra chi ha commesso un crimine e l’intera comunità dei consociati che legittimamente ha inflitto quella specifica e concreta punizione. L’idea, invece, che – anche solo per qualcuno e per alcuni pur gravissimi crimini – la pena non debba finire mai, che non si estingua mai il debito morale verso la società, che alla punizione legale debba seguire un’espiazione imperitura è un’idea che oltre a fare a pugni con i principi fondamentali dell’esercizio della potestà punitiva dello Stato in un ordinamento liberale, toglie ogni valore alla pena prevista, inflitta ed eseguita secondo le regole di legge: perché, ancorché prevista dalla legge, inflitta e scontata come la legge dispone e ammette, non basta ancora, non basta mai. E allora non vale nulla. Certo, il dolore delle vittime merita la più alta considerazione da parte dello Stato: ma questo è un altro problema, riguarda la capacità di un sistema di ricercare e trovare soluzioni di riconciliazione, di pacificazione tra chi ha subito un delitto e chi l’ha commesso. E sicuramente, la legislazione sulla dissociazione e sul pentitismo ha consentito alla sinistra del nostro Paese che l’ha voluta, di alleggerirsi la coscienza rispetto ad un fenomeno che, evidentemente, la toccava da vicino e allo Stato di semplificare la complessità delle vicende processuali e carcerarie ma è stata cosa del tutto diversa dal perseguire obiettivi sostanziali di riconciliazione e di superamento di un fenomeno che ha straziatoli Paese. Hanno ragione, quindi, le vittime dei reati di terrorismo a denunciare d’esser state dimenticate, a reclamare l’attenzione che non hanno avuto: ma questo non può e non deve comportare la rinuncia ai principi irrinunciabili di un sistema di diritto che nel modo in cui punisce chi sbaglia rivela il proprio grado di civiltà. Sergio d’Elia è una persona riabilitata perché ha scontato la pena che gli è stata inflitta a norma di legge e secondo le modalità che la legge – lo Stato e quindi tutti noi – gli ha imposto e anche concesso. Sergio d’Elia è un deputato del parlamento italiano perché una parte del popolo italiano l’ha eletto, votando il partito nel quale legittimamente era candidato. Negargli questo titolo e voler disconoscere la legittimità della sua candidatura, della sua elezione e del ruolo di rappresentanza che ha assunto, questo sì sarebbe un oltraggio al valore simbolico e a quello effettivo della pena, un insulto al percorso di riabilitazione che egli ha compiuto, una beffa ai danni delle regole di democrazia con le quali è stato eletto”. –

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