Caso D’Elia: Lettera aperta di Mauro Mellini al direttore di Libero

Signor Direttore
Mi spiace dover constatare che “Libero” abbia assunto un ruolo di punta nella campagna (ché di vera campagna mi pare si tratti) contro il deputato Sergio D’Elia, la sua elezione ed, “addirittura”, la sua nomina a deputato segretario della  Camera dei Deputati.
Naturalmente, ogni cittadino deve essere libero di evocare il passato dei parlamentari (meglio sarebbe poterlo fare dei candidati) e di valutarla e criticarlo anche aspramente. Ma ho l’impressione che nei confronti di D’Elia si intenda constatare la legittimità della sua elezione e della sua permanenza in Parlamento.
Sergio D’Elia è stato condannato, ha beneficiato del trattamento riservato ai “dissociati” (non quello per i pentiti: non ha denunciato nessuno), ha pagato il conto con la giustizia, è stato riabilitato secondo le norme e le procedure di leggere quello che può valere (per me, e non sala per me, vale molto) la condanna di D’Elia per il reato più grave, oltre quello associativo, è stata pronunciata applicando, caso pressoché unico per i reati di terrorismo, il principio secondo cui, quale esponente di “Prima Linea”, `’non poteva non sapere e non approvare” il singolo delitto commesso dal componente dell’organizzazione. Principio ampiamente applicato, invece  in fatto di criminalità comune organizzata (un magistrato fu incriminato addirittura per “concorso esterno” per averlo negato in una sentenza!), ma non senza che tale incivile teoria (che molto s’avvicina a quella nazista della “colpa d’autore”) fosse contraddetta dalla giurisprudenza ancora libera e non ancora “allineata” a quella dei P.M. della Corte di Cassazione. Sergio D’Elia non mi è personalmente particolarmente simpatico. Ricordo il suo intervento ad un congresso del Partito Radicale (in cui allora militavo) all’ Ergife, a Roma. D’Elia, che credo potesse parteciparvi solo per un permesso speciale, essendo ancora detenuto, salì sul podio ed annunziò solennemente: “Compagni radicali, vi porto la resa di Prima Linea”. Quel gesto teatrale piacque forse ad altri, non a me pensai che si sentisse il generale Lee ad Appomatox. Ma Lee, ad Appomatox, era triste e prostrato. E dignitoso. Ma un’impressione, una valutazione circa il buongusto di un episodio conta assai poco. Da allora, durante la detenzione e dopo, D’Elia si è dedicato con impegno e coerenza per l’affermazione di diritti umani e per la non violenza. Vi sono uomini politici che non hanno mai ripudiato un passato di corresponsabilità in assassinii e di apologia della violenza e della sopraffazione ed, anzi, almeno l’apologia, hanno continuato a praticarla. Eppure in Parlamento sono stati onorati e, magari, sono ricordati ed immortalati nei busti che ornano i corridoi di Montecitorio.
Contestare la legittimità della presenza parlamentare di D’Elia mi fa pensare, violenza e gravità a parte, all’aggressione e all’ “espulsione” del deputato comunista Misiani, accusato di essere disertore in guerra. Un’aggressione ed un danno all’Istituzione Parlamentare enormemente più grave di quello arrecato da qualsiasi brutta presenza tra gli eletti.
Certo D’Elia non può opporre che, se aveva i titoli di eleggibilità ed i cittadini lo hanno eletto, nessuno può contestare la volontà popolare. E ciò perché la sciagurata legge elettorale vigente, con l’abolizione della preferenza e con la nomina per “collocazione in graduatoria” da parte dei compilatori della lista, nega ai parlamentari questo fondamentale titolo di legittimazione. Che non sarebbe certamente mancata a D’Elia, se gli elettori del suo partito avessero potuto esprimere la preferenza che non gli avrebbero negata.
Ma la legge elettorale non l’ha fatta D’Elia.
Gradisca i migliori saluti.
Mauro Mellini


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