Nel “Regista dei matrimoni”, un vento di surrealismo giocoso

Di Gianfranco Cercone de Lucia, da Notizie Radicali

De “Il regista dei matrimoni”, l’ultimo film di Marco Bellocchio, candidato alle elezioni politiche nelle liste della Rosa nel Pugno e ora componente della sua direzione, ci siamo già occupati giorni fa, su “Notizie Radicali”. Il dibattito sui temi sollevati dal film prosegue oggi con l’intervento di Gianfranco Cercone de Lucia. Sarebbe, crediamo, interessante, se i lettori che hanno visto il film ci mandassero le loro riflessioni e impressioni, che volentieri saranno pubblicate. Gianfranco Cercone de Lucia e Michele Lembo hanno anche curato una bella intervista con Bellocchio. Su “Notizie radicali” di giovedì 4 maggio ne abbiamo pubblicato un ampio stralcio. Per chi volesse ascoltarne la versione sonora, questo è il link A proposito di un celebre film di Pietro Germi, “Divorzio all’italiana”, ambientato in un immaginario e arretratissimo paese siciliano, tale Agromonte, Leonardo Sciascia notò che in quel paese si accentravano i guasti di un’intera nazione. Era il 1961, e l’Italia non solo non godeva ancora di una legge sul divorzio (che fu approvata dal Parlamento solo nel 1970), ma era ancora in vigore la famigerata attenuante circa il delitto d’onore (abrogata solo nel 1981); della quale, come molti ricorderanno, si avvaleva l’aristocratico interpretato da Marcello Mastroianni, per separarsi, salvando la reputazione, da una moglie opprimente e non amata. A proposito del paese siciliano dove Marco Bellocchio ambienta gran parte del suo “Il regista di matrimoni”, potrà non valere del tutto l’osservazione di Sciascia. Cos’ha a che fare l’Italia odierna con un paese dove si svolge una vicenda che riecheggia, alla rovescia, quella dei “Promessi sposi”: dove una ragazza, chiamata a sacrificarsi sposando un giovanotto che non ama, per salvare dal disastro finanziario la propria famiglia di aristocratici decaduti, viene reclusa in un convento, protetta da due specie di bravi, per scongiurare l’energica opera di dissuasione di un regista cinematografico laico e innamorato di lei, un incrocio – in quel contesto, tra l’Innominato e Don Rodrigo -, convinto che quel matrimonio non s’abbia da fare? (Il regista è interpretato da Sergio Castellito, ed è una intepretazione meravigliosamente matura e ricca di sfumature). Forse poco. E infatti il carattere romanzesco della vicenda, la sua patina arcaica, sono ostentati. Eppure, come ci ricorda, scherzosamente, una battuta del film, gli artisti vedono quel che all’occhio comune a volte sfugge. E nel rito religioso del matrimonio, anche quando è celebrato in un contesto moderno; nel cerimoniale che, in chiesa e davanti ai fotografi, costringe gli sposi in comportamenti rigidi, codificati, quasi mortuari, Bellocchio e il regista protagonista del suo film, vedono rivivere un retaggio culturale antico e repressivo (che la vicenda siciliana vorrebbe evidenziare). “In Italia, sono i morti che comandano”. E’ una battuta chiave, che ha un significato più ampio di quello che suggerisce l’occasione in cui viene per la prima volta pronunciata (ne è autore un altro regista cinematografico che si finge morto per accaparrarsi un prestigioso premio cinematografico). Il conflitto tra morte e vita, all’interno della società, ma anche, di riflesso, nella vita individuale, è un tema ricorrente nel cinema di Bellocchio, drammaticamente sentito. Appartengono alla pulsione di morte, una certa cultura cattolica; padri protettori e madri “sante”, insegne del potere reazionario, che chiedono obbedienza e devozione; ma anche un rigore politico e ideologico, spietato con se stessi e con gli altri (il terrorismo dei brigatisti di “Buongiorno, notte”). E che questi mali, in qualche misura, Bellocchio debba avvertirli interni a sé, lo si desume dalla precisione con cui sa descriverli. Ne ha cercato forse una diagnosi e un rimedio nella psicanalisi, trovando un principio rianimatore, nell’amore tra l’uomo e la donna, ripensato originalmente (in film come “Diavolo in corpo” o “La condanna”). Ma l’obiettivo polemico privilegiato del “Regista di matrimoni”, come già dell”Ora di religione”, è forse l’ipocrisia, la commistione torbida di ideali religiosi e interessi materiali. Si parla qui di film biblici, come un paradossale “La madre di Giuda”, concepito dal regista Smamma con spirito di bieco arrivismo; o come una riedizione cinematografica dei “Promessi sposi”, su un set dove si sottopongono le attrici a ricatti sessuali. C’è un vento di surrealismo giocoso nel film, inedito in Bellocchio; che però non attenua lo spirito di rivolta – molto raro oggi nel cinema italiano – cui l’autore, dal tempo dei “Pugni in tasca”, riformulandolo variamente, è sempre rimasto fedele.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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