Sofri, La Grazia e La Giustizia

Di Mauro Mellini

Per Bompressi, dunque, la grazia è cosa fatta. Per Sofri, si direbbe, pure.
Non ci sono,comunque, più ostacoli. Sia perché al Ministero della Giustizie non c’è più l’ing. Castelli, ma l’altrettanto “non tecnico”, ma niente affatto capace pure di creare problemi di sorta che non siano quelli di Ceppaloni e dintorni. Sia perché, oramai, la Corta Costituzionale ha fatto al Presidente ella Repubblica la grazia di fare a meno anche  di un ministro Mastella per un simile provvedimento.
La sinistra si compiace ed esulta. La destra esulta con obiezioni. Castelli, lui solo, si rammarica.
Che la sinistra esulti è scortato. Ma i motivi dell’esultanza restano ambigui e contorti, quanto e più quelli che portarono buona parte di essa a manifestare solidarietà a Sofri quando scoppiò il caso della sua incriminazione per l’omicidio Calabresi e iniziò la grottesca odissea giudiziaria con la condanna ed il rigetto della. revisione.
Allora a dire tutto quello che di giusto e saggio c’era da dire, fu Leonardo Sciascia. Scrisse che non manifestava solidarietà a Sofri perché era un intellettuale accusato di un crimine barbaro e, tutto sommato, volgare. Gli intellettuali, diceva -Sciascia, sono capaci dei crimini peggiori. Ed avrebbe potuto aggiungere che proprio Sofri si era reso certamente responsabile di un crimine, quello dell’istigazione a delinquere e dell’apologia del delitto, che, però, sono cosa inversa dal mandato di omicidio e dal concorso in delitti. E poi, naturalmente, purché si ritenga che pubblica istigazione ed apologia debbano considerarsi delitti, come stabiliscono le nostre leggi.
Esprimeva solidarietà Leonardo, perché era convinto che Sofri, se fosse stato colpevole di quanto era accusato, lo avrebbe ammesso al suo primo comparire avanti ad un magistrato. Non lo considerava, insomma, un cospiratore ed un rivoluzionario sul serio. Ed aggiunge, poi, che Marini, il pentito che, accusandosi (sapendo che per lui le conseguenze sarebbero state nulle), accusava Sofri e gli altri, era un “personaggio che ha trovato nella legge sui pentiti il suo autore”. Splendida espressione che non avrebbe potuto essere più incisiva e puntuale.
Tutto qui. Il caso Sofri è il caso Marino, il caso di una giustizia “pentitocentríca”, destinata a subire il ricatto dei pentiti per chi sa quanti anni ancora, fino a non poterne più fare a meno. Solo se è così, il caso Sofri è veramente un caso. Altrimenti, è solo un alibi. Ed un alibi sembra proprio che sia per la sinistra. Che cosa hanno da esultare, infatti, quelli per i quali la parola dei Magistrati è sempre definitiva (anche quando non lo è neppure per presunzione di legge), i pentiti sono “attendibili”, in quanto “indispensabili”, il terrorismo era da reprimere e sopprimere?
Certo, a distanza di decenni- la differenza tra “assassini” e “compagni che sbagliano”, tutta ideologica e fitta di morale rivoluzionaria, una differenza che però comportava allora durezza ancor maggiore nei confronti del “deviazionista”, violatore della “linea” del partito, è divenuta ora differenza scomoda da ricordare, mentre si attenua e scompare 1′


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