Referendum del 25 giugno: salvare il salvabile

da Il Corriere della Sera del 13 maggio 2006 pag. 31
Lettere al Corriere
Risponde Sergio Romano

Se il 25 giugno dovesse prevalere il «no» alla riforma della Costituzione promossa dalla Casa delle Libertà, la spinta conservatrice sarebbe tale da congelare per molti anni a venire qualsiasi tentativo riformatore della nostra Carta del ’48, non più adeguata ad affrontare le grandi sfide che i tempi ci impongono. La riforma della CdL ha certamente molti limiti, ma anche aspetti positivi di grande rilevanza, in particolare essa rafforza i poteri del premier, sottrae la fiducia al Senato riformando il nostro «bicameralismo paritario assurdo e ingombrante» (come lo definì Crisafulli) e «rimedia ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo» (definizione del costituzionalista ds Augusto Barbera). Di queste modifiche solo quest’ultima entrerebbe in vigore immediatamente. Le altre parti entrerebbero in vigore solo nel 2011 e vi sarebbe pertanto tutto il tempo per realizzare in modo bipartisan le opportune correzioni (ed eventuali anticipazioni) da parte del nuovo Parlamento.
Esse favorirebbero la governabilità e se ne potrebbe giovare lo stesso governo Prodi. Ma a questi argomenti che già potrebbero essere sufficienti a motivare il «sì» al referendum, se ne aggiunge un altro di importanza ancora maggiore. Siamo l’unico Paese al mondo ad avere due Camere che danno la fiducia al governo. Questa peculiarità tutta italiana, oltre a impedire un assetto di tipo federale (che presuppone l’istituzione di una Camera federale come sede di raccordo tra Stato e Regioni), fa sì che un’eventuale divaricazione nella composizione politica delle due Camere produca l’ingovernabilità più assoluta, soprattutto in considerazione della sostanziale equivalenza di consensi che le due coalizioni riscuotono nel Paese. Questo rischio l’abbiamo corso non solo con le elezioni del 9 aprile scorso, ma anche nel 1994, nel 1996 e nel 2001, quando si votò con il precedente sistema elettorale. Solo la scelta di non coalizzarsi da parte di Bossi nel 1996 e da parte di Bertinotti nel 2001 ha consentito di avere maggioranze omogenee nelle due Camere nelle precedenti legislature. La riforma costituzionale della CdL risolve alla radice questo problema sottraendo la fiducia al Senato.
Una modifica così coraggiosa e difficile da realizzare — a causa del famoso paradosso del riformatore che deve riformare se stesso — che forse nessuno avrebbe scommesso una sola lira sulla possibilità della CdL di raggiungere questo obiettivo. Ebbene, se dovesse prevalere il «no» al referendum, questa opportunità storica e irripetibile verrebbe certamente a cadere. Infatti, se qualcuno può forse illudersi che dopo una vittoria del «no» sia possibile sconfiggere le resistenze conservatrici e approvare alcune modifiche della Costituzione, credo che nessuno, ma proprio nessuno possa illudersi o raccontare la favola che l’attuale Senato riapproverebbe una riforma che lo spogli del potere di dare la fiducia al governo.
Con buona pace per la governabilità del Paese per molti lustri a venire.
Possibile che tanta parte del mondo politico e dei costituzionalisti, gli stessi vertici istituzionali neoeletti, l’establishment economico-finanziarioeditoriale di questo Paese non si rendano conto di questo fondamentale problema?

Peppino Calderisi e Marco Taradash – Riformatori Liberali

Cari Calderisi e Taradash, nella sua conversazione con il Foglio del 6 maggio, Piero Fassino spezzò un’ultima lancia per la elezione di Massimo D’Alema e suggerì che il candidato alla presidenza esponesse ai suoi elettori i principi e gli obiettivi a cui si sarebbe ispirato durante il suo mandato. Non so se Fassino si sia accorto che stava proponendo in tal modo una repubblica semipresidenziale e quindi la radicale riforma del sistema costituzionale italiano. Poco dopo, comunque, il nome di D’Alema venne sostituito da quello di Giorgio Napolitano e la proposta tornò nel cassetto da cui era uscita. Ma tra i quattro punti a cui il nuovo presidente, secondo Fassino, avrebbe dovuto ispirarsi, il quarto era per l’appunto la riforma costituzionale incompiuta. Ecco le parole del segretario dei Ds: «All’indomani del referendum che — come noi auspichiamo — boccerà la revisione costituzionale della destra, si riprenda un confronto tra le forze politiche che consenta di portare a termine una transizione istituzionale da troppi anni incompiuta». Non sappiamo quali parti della riforma del governo Berlusconi, secondo Fassino, potessero venire recuperate da un confronto tra maggioranza e opposizione all’indomani del referendum. Ma posso immaginare che non gli spiacesse, soprattutto dopo l’esito delle elezioni politiche, la fine del bicameralismo perfetto e l’attribuzione al Senato di competenze in parte diverse da quelle della Camera dei deputati. Nella vostra lettera, tuttavia, voi sostenete che non sarà facile, se il referendum boccerà la riforma del governo Berlusconi, convincere questo Senato a votare una legge che lo privi, tra l’altro, «del potere di dare la fiducia al governo». È un argomento forte di cui i riformatori della maggioranza dovrebbero tenere conto. Non credo che questo li convincerà a modificare la linea del «no». Ma i riformatori del centrodestra potrebbero dare un utile contributo alla discussione se dicessero sin d’ora pubblicamente di essere pronti a correggere le parti della riforma che maggiormente dispiacciono alla maggioranza, e se qualche pubblico impegno in questo senso venisse preso prima del voto.


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