“In Italia sono i morti che comandano”

L’intervista completa è stata trasmessa da Radio Radicale il 15 marzo 2006 Lembo: C’è chi ha definito l’Italia il paese delle controriforme. Nei suoi film, si ritrova questo aspetto del nostro paese? Bellocchio: E’ una domanda molto seria, importante. Mi viene solo da dire questo: nel tempo della mia vita da cittadino adulto, sono stato testimone di tante riforme, fatte prima da governi democristiani, poi di centrosinistra. E tali riforme in genere hanno deluso. Penso alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, alle riforme sanitarie… Il paese è andato avanti e magari sono servite, ma sono state sempre accompagnate dal sentimento di essere riforme parziali o mancate. Poi, non per omaggiare il Partito Radicale, ma ci sono state alcune leggi, come quelle sul divorzio e sull’aborto, che hanno condotto a scelte nette, e hanno prodotto cambiamenti, non soltanto nel costume, ma anche nella vita degli italiani. Oddio, ci sono state anche riforme sociali importanti, come lo statuto dei lavoratori; una serie di protezioni, nelle quali qualcuno di parte liberale, ha trovato degli aspetti negativi, perché bloccavano lo sviluppo. Però, le conquiste dei lavoratori in effetti sono stati avvenimenti molto importanti. Cercone: Marco Bellocchio ha esordito nel 1965 con “I pugni in tasca”. E’ un film celebre, che impose subito il suo autore all’attenzione del pubblico e dei maggiori critici e intellettuali del momento. Intervennero sul film, fra gli altri, Moravia, Calvino; e Pier Paolo Pasolini. Tra Pasolini e Bellocchio ci fu uno scambio di lettere aperte, al termine del quale Pasolini scrisse: “Per finire questo nostro dialogo di isolati, le auguro, come devono suonare le conclusioni, di turbare sempre di più le coscienze dell’Esercito, della Magistratura, del Clero reazionario, e insomma della Piccola Borghesia italiana, a cui abbiamo il disonore di appartenere”. E’ un po’ un pronostico sulla sua successiva attività di regista. Le sembra un programma ancora valido? Bellocchio: L’esortazione a continuare sulla strada dei “Pugni in tasca”, va nel senso della demolizione e della critica di una serie di istituzioni reazionarie, o degli aspetti reazionari di tali istituzioni. Questo carteggio è una piccola curiosità storica. I miei interventi furono scritti non da me, ma da Grazia Cherchi e da Piergiorgio Bellocchio. Perché erano più al corrente della situazione politica e sapevano confrontarsi con un personaggio “pesante” come Pasolini. Sono passati quarant’anni da allora, una vita. La lunga marcia per un cambiamento passa sia attraverso un confronto con le istituzioni, sia attraverso un percorso personale. Lo spirito nichilista, distruttivo, demolitore dei “Pugni in tasca” non è cambiato come necessità di separarsi dal passato; ma non più ipotizzando mezzi delittuosi, superando la necessità di sopprimere l’avversario. Questa trasformazione è abbastanza rappresentata nel mio film “L’ora di religione”. Lembo: E’ un tema che si ritrova anche in “Buongiorno notte”, dove un giovane si contrappone alla triste convenienza di quel progetto di morte, che è il sequestro di Aldo Moro. E nel finale, si immagina la liberazione di Moro. Bellocchio: La libertà del prigioniero – che è un clamoroso falso storico – è un rifiuto della ineluttabilità della Storia, che vale anche per il presente. Le due forze politiche oggi contrapposte, si paralizzano a vicenda. Per cui, per trovare anche piccoli movimenti, bisogna usare il lanternino. E certamente la Rosa nel Pugno dà l’impressione di muoversi più di altre forze politiche presenti nella stessa coalizione. Cercone: Mentre realizziamo questa intervista è in uscita un suo film, intitolato “Il regista di matrimoni”. Sulla stampa, ne è trapelata una battuta: “In Italia, sono i morti che comandano”. Cosa intendeva dire con questo? Bellocchio: Evidentemente, non faccio un discorso anagrafico. Una battuta in un film, o in un’opera d’arte – ammesso che il mio film sia un’opera d’arte – ha sempre un significato metaforico. Forse vuole esprimere che io non avverto nella società italiana, o nel mondo della politica, o della cultura, uno spirito forte di rinnovamento. Ci sono tentativi, ma non ci sono strade. Ci sono svolazzi,che poi ricadono a terra. Ne ho una convizione, per esempio, per quello che riguarda il cinema italiano, ma anche per quello che riguarda la politica. Ma questo perché? Non perché viviamo in una società decaduta. Prima, un po’ banalmente parlando, ci vogliono le idee. E noi viviamo in un momento di vuoto. Una volta una classe, una cultura, bene o male faceva sponda sul marxismo, sull’utopia socialista. Scomparsa quella, c’è un riflusso verso un certo assistenzialismo, un certo solidarismo di tipo religioso. Poi non c’è altro. Anche la destra, non sa più dove sbattere la testa. In questo senso, in Italia i morti comandano, perché non vedo il nuovo. Non vedo movimenti, non dico rivoluzionari, ma che che scombinino il gioco. Prima di tutto, nell’ambito cinematografico. Lembo: La mancanza di idee è forse un portato di quell’ annoso, secolare problema che è il ruolo degli intellettuali nel nostro paese. Avverte la latitanza di questo ruolo? Bellocchio: Non sono un filosofo. Però, in questi anni, a causa di quello che è avvenuto e continua ad avvenire nel mondo, sono venuti a mancare una serie di principi che potevano essere sostenuti da potenze non particolarmente progressiste – si è rivelato dopo – ma erano principi, contenuti, e non solo parole d’ordine vuote, che riempivano le speranze, e muovevano gli animi. Non si è realizzata un’utopia in cui si sperava.

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Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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