Il fascino discreto (forse mortuario) di un certo cinema francese

Di Gianfranco Cercone de Lucia

Quando si assiste ad un film di qualità media o medio-alta – dove non si impone l’impronta riconoscibile di un autore – la nostra attenzione può essere attratta dai caratteri nazionali di quel film: ad esempio, e nel caso di cui vogliamo parlare, da quel che fa di un film francese un film inequivocabilmente francese. “Incontri d’amore” dei fratelli Larrieu (ma il titolo originale, meno anonimo, è: “Dipingere o fare l’amore”) è indubbiamente un film di classe. Attori di prim’ordine (ne cito due: Sabine Azéma e Daniel Auteil, noti almeno a chi ha una qualche familiarità con il cinema di due grandi registi come Alain Resnais o Claude Sautet); sceneggiatura ricca di dialoghi ben scritti, ma senza eccessi letterari; taglio raffinato delle inquadrature; qualche bizzarria (una vena di inquietudine da “teatro della minaccia”, un tocco di surrealismo), ma tale da non compromettere l’equilibrio moderato dell’insieme; resa viva e partecipe degli ambienti sociali descritti. Ecco, gli ambienti. Tutti i personaggi appartengono a una borghesia colta e benestante, danarosa quanto basta per acquistare una villa in campagna; e sufficientemente spregiudicata da abbandonarsi ad un gioco erotico di scambi di coppia, senza sensi di colpa, ma anche senza ostentazioni volgari. “Incontri d’amore” è e vuole essere un racconto libertino, ma leggero, gaio, privo di morbosità. Dicevo dei caratteri francesi del film: e citerei in primo luogo, il gusto delle sottigliezze psicologiche; e subito dopo, il laicismo ormai connaturato, negli autori e nei personaggi, della morale sessuale. Eppure, in tanta limpidità, penetra l’angoscia. La coppia matura, che cede alla tentazione di uno scambio di partner con una coppia più giovane, e via via ci prende sempre più gusto, è nascostamente afflitta nella vita quotidiana, da un senso di arsura: la noia di una lunga convivenza? O della reclusione nella villa di campagna? La paura dell’invecchiamento? O una conseguenza del completo ripiegamento della vita sul “privato”? Fatto sta, che la commedia, che sembra concepita per un pubblico capace di rispecchiarsi nei personaggi, nel momento in cui rallegra, produce anche qualche segno di asfissia.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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