Le dichiarazioni rilasciate sul caso Welby da Gianfranco Fini dimostrano quanto grande (e in fondo, comprensibile) sia il rischio di affrontare il problemi posti dal caso Welby con riflessi ideologici automatici a astratti, che non guardano con realismo e misura alle situazioni di fatto.
Il caso Welby va secondo me rubricato – in modo paradigmatico – nel problema più generale del consenso informato e della possibilità, che il nostro ordinamento in linea di principio riconosce, di rifiutare trattamenti che il paziente ritenga di non potere e non volere più sopportare, in questo modo anticipando il momento di una morte comunque prossima e irreversibilmente iscritta nell’evoluzione della malattia.
Welby non è un aspirante suicida, ma un paziente terminale che intende revocare il consenso ad un trattamento sanitario che ritiene puramente afflittivo.

Questa è l’analisi del documento pubblicato quest’oggi dal Corriere della Sera e sottoscritto da un gruppo di deputati di Forza Italia, fra cui gli ex Ministri Antonio Martino e Stefania Prestigiacomo (che per un mero errore di trascrizione non risulta nell’elenco dei firmatari).
Nel documento, si legge infatti con grande chiarezza: “L’eutanasia di Stato (quale quella “coattiva” che in alcuni ordinamenti europei ha preso pericolosamente piede) e la “terapia di Stato” (quale quella che burocraticamente viene inflitta a pazienti che non sono materialmente in grado di sottrarsene) sono due facce della stessa medaglia e poggiano entrambe sul medesimo fondamento: cioè sull’idea che la libertà di scelta non spetti al paziente, ridotto ad oggetto delle decisioni altrui.”